La finale di Champions League 2015 dimostra l’inganno di un luogo comune

Intanto, si deve partire dalla forza del Barcellona. Non si può che riconoscere questa straordinaria dimensione raggiunta e consolidata nell’ultimo decennio dai blaugrana, versione 2.0 del calcio totale di olandese memoria (secondo alcuni), club che è riuscito a integrare diverse culture calcistiche rivoluzionando il gioco prima (con l’affermazione del tiki-taka) e riformandolo dopo. Con l’attuale stagione da triplete, in cui lo spirito acquisito con Guardiola è rimasto e – contemporaneamente – si è regalato un surplus di altruismo davanti dove non si può che condividere l’opinione di Andrea Barzagli: “In attacco hanno 3 dei 5 migliori al mondo”.

Squadra del nuovo millennio, unica a vincere 4 volte la Champions League nell’arco di un decennio, ha finora avuto come unico limite quello di non riuscire a ripetersi per due volte consecutive, quasi che riproporsi sia più difficile che reinventarsi. Talvolta si è pensato e scritto che l’anima profonda del Barça fosse quella di una proposta di un calcio troppo meccanicistico, perfetto nei suoi meccanismi un po’ freddi, computerizzato quasi con naturalezza (so che può apparire un ossimoro ma non lo è), dove tutti sanno fare al massimo livello ciò che serve per tenere il pallone tra i piedi e nasconderlo agli avversari. Tanta rigida applicazione non avrebbe dovuto incontrare troppa fatica nel portare a casa trionfi europei consecutivi, nel riuscire a stabilire quei filotti tipici degli anni 70. Ajax, Bayern, Liverpool. E invece no: il bello del calcio odierno è proprio questa difficoltà, se non addirittura impossibilità visto che nessuno è ancora riuscito a ripetersi vincendo due volte la manifestazione da quando si chiama Champions League. E, nel caso blaugrana, ecco che qui cade il luogo comune sul quale ci siamo tutti esercitati, a partire da Allegri fino all’ultimo dei commentatori, una valutazione figlia dell’impressione sfolgorante regalata da Messi e compagni più che dell’effettiva realtà.

Non è vero, non lo è stato 6 volte su 10, che il Barcellona sia imbattibile nel doppio incontro mentre in una sfida secca risulta più abbordabile. Tutte le volte che ha raggiunto la finale, che ci fosse Rijkaard, Guardiola o Luis Enrique, il vento catalano ha spirato forte e ha travolto tutto con relativa semplicità. Solo una volta, la prima, si è trovata in svantaggio con l’Arsenal: ma è proprio superamento dell’ostacolo che si ha l’inizio di una grande storia. Intendiamoci: l’errore di valutazione sul Barcellona è figlio anche della spietatezza con la quale proprio in questa stagione i blaugrana hanno vissuto le gare a eliminazione diretta. Ogni turno, a partire dagli ottavi, li ha visti giocare come se non ci fosse un’andata e un ritorno, bensì un regolamento di conti da risolvere il prima possibile. Tanto è vero che a Manchester con il City e in casa del Psg ci ha messo poco più di un quarto d’ora per passare in vantaggio e ipotecare il passaggio del turno, mai in bilico. Alla fine, paradosso dei numeri, quello che più ha resistito – 77 minuti – è stato un ingrigito Bayern. Come dire: solo Guardiola, con limiti macroscopicamente evidenti, è riuscito in parte a contenerli, salvo cedere poi di schianto.

Alla Juve resta il merito di essere stata l’unica squadra ad avere spaventato gli alieni. Quei 13 minuti sull’1-1, con i bianconeri realmente padroni del campo, rimarranno insieme nell’orgoglio e nel rimpianto della squadra che stava riuscendo a riprodurre il capolavoro di gestione temporale vissuto al Bernabeu. Chissà, magari una semifinale contro il Barça e una finale contro il Real avrebbe portato la coppa dalle grandi orecchie al J Museum.

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