Tre grandi attaccanti e un neo che forse non è (più) un neo: Ibrahimovic, Suarez e Morata in Champions League sono i più “disattenti”. O, forse, non è proprio così anche a dispetto di quello che può pensare e commentare il pubblico

La regola del fuorigioco rivoluzionò il calcio, fino a diventare questione di centimetri, poi di millimetri, poi di presunti maestri (Franco Baresi tra i difensori, Filippo Inzaghi tra gli attaccanti). Scuole di pensieri si sono aperte (Sacchi) e chiuse (il contismo della difesa a tre). Di quell’arte che ha soprattutto condizionato il calcio europeo degli anni ’90 si è andata man mano perdendo, perché in difesa ci vanno interpeti molto particolari, o almeno uno dei due centrali oltre ad esterni che non siano principalmente centrocampisti: ovvero un giocatore che guidi la retroguardia, che quindi abbia intelligenza tattica superiore, grande rapidità di gambe ed enorme personalità. Di contro ci si aggiunga la capacità elaborata nel tempo dagli staff tecnici nel creare dinamiche che eludano il fuorigioco avversario. Questi ingredienti hanno ammortizzato di molto l’impatto del fuorigioco che calcio del 2015.

Però c’è sempre un però. C’è sempre una conseguenza. C’è sempre uno studio applicato. E ci sono le caratteristiche degli stessi attaccanti. Nella Champions League 2015/16 appena iniziata, dopo appena due turni il podio dei calciatori che vengono maggiormente “pescati” oltre l’ultimo difensori ci dice molto. Prima posizione per Zlatan Ibrahimovic (7), argento e bronzo parimerito per Luis Suarez e Alvaro Morata (5). Non proprio giocatori qualunque, non proprio atleti “ottusi” e, soprattutto, contro squadre sì aggressive per noi che siamo abituati ai baricentri arretrati e arroccati della Serie A (che, appunto, non intepretano il fuorigioco come una virtù). Perché dunque in Europa anche chi pensa offensivo oggi accetta l’idea di finire in fuorigioco senza farne una colpa. Anzi. L’idea è quella di attaccare lo spazio anche nel breve (vedi Suarez), oppure attaccarlo sul lungo sfruttando la capacità di giocare dritto per dritto frontali alla porta (vedi Morata) o ancora diversamente sfruttare la presenza atletica e la maturità nel gestire palloni per portare sfera e compagni dentro l’area di rigore avversaria (vedi Ibrahomovic).

Oltretutto, è strano a pensarsi, ma il palleggio articolato tende a mettere a maggior rischio i propri attaccanti, mentre nel gioco palla a terra in transizione i rischi sono inferiori perché i difensori, allarmati, rinculano. E’ proprio in queste situazioni che si percepisce la controrivoluzione: Sacchi, o anche Zeman, o anche altri di una discreta lista, chiederebbero proprio in parità numerica aggressione al portatore di palla e ulteriore innalzamento della linea difensiva (per bloccare gli attaccanti lontani dalla porta e per dare minor tempo di pensiero a chi gestisce la palla). Non è più così, dunque. E ci dicono che il calcio ne guadagna. Beato lui.

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