Sono trascorse ormai ore, giorni e tanti ancora ne trascorreranno eppure la disintegrazione del sogno brasiliano avvenuta per mano della Germania della Merkel e di Khedira, della Mercedes e di Muller, della Ruhr e di Joachim Loew sarà un poster indelebile

Resterà affisso nei muri della memoria popolare di un Paese che era in via di sviluppo e che si credeva ormai anche socialmente alla pari con il Vecchio Continente, di un Paese che riscopre d’improvviso la faccia della realtà, il lato concreto delle cose, la crisi a lungo mascherata e l’insostenibilità del calcio come medicina olistica, da sfruttare a piacimento. Il tempo del sogno e degli slogan è finito, la testa è fuori dalla sabbia e da qualche parte le analisi del crollo (calcistico) devono pur iniziare.

Ragioniamo allora per valori assoluti. Azzeriamo tutto. Guardiamo ai fatti meno virtuosi, alle radici dell’effetto boomerang che una batosta come questo monumentale 7-1, a ciò che il campo ha messo in mostra riducendo il Brasile al classico topolino e la Germania nella parte della tigre feroce. Questi valori assoluti possono avere leggi anche molto lontane, morali e comportamentali, e hanno attraversato pensatori come Kant e Aristotele finendo per franare addosso al presunto maestro Felipao Scolari, forte di un mondiale vinto nel 2002 con uno dei Brasile più forti di tutti i tempi (non serve qui elencare i nomi) ma anche personaggio che ha sempre seguito il soldo e che aveva già sulla coscienza la debacle portoghese dell’Europeo (casalingo) 2004 perso due volte contro un vero topolino come la Grecia.

Si chiamano storicamente “vizi capitali”, noti anche più cristianamente come “peccati”. Tutti insieme, sono davvero troppo per sperare in qualcosa meglio che la catastrofe…

SUPERBIA: il desiderio irrefrenabile di essere superiori. Ma prima bisogna dimostrare di esserlo, dunque al massimo la puoi esibire dopo e non nelle decine di conferenze stampa di avvicinamento. Scolari l’ha trasmessa a tutti, Neymar magari ce l’ha di suo, ma la squadra si chiama squadra perché i valori devono bilanciarsi. Anche quelli umani. E invece…

AVARIZIA: la scarsa disponibilità a dare ciò che si possiede. Calcisticamente parlando significa sacrificio. Di gruppo. E invece il Brasile contro la Germania era fatto di pedine che andavano ognuna alla ricerca della propria gloria e poi, dopo mezz’ora, ognuno alla ricerca della propria salvezza personale. Ma nel calcio non ci si salva da soli. Mai.

LUSSURIA: il piacere fine a se stesso. E per questo il Brasile ha vinto cinque mondiali e ne ha persi da favorito almeno altrettanti. Non si è più forti per definizione, non basta confezionare e collezionari giocatori da costi di cartellino (presunti ma purtroppo anche reali) fuori da ogni parametro. Cioè: Fernandinho vale 5 volte De Jong? Hulk vale il doppio di Muller? Boh. Qui la colpa è del mercato europeo, dei media internazionali e anche di tutti quei brasiliani che ci vanno dietro.

INVIDIA: il bene altrui come male proprio. Così è accaduto. E per questo la Germania ha fatto bene a continuare a fare la partita come si fosse 0-0. Mancavano Thiago Silva e Neymar? In due contro undici si perde lo stesso, soprattutto se tatticamente non hai idea di cosa fare. Già non si sa bene come Julio Cesar e compagni erano riusciti a dribblare il pericolo James Rodriguez nei quarti, uno che quando gioca guarda al bene comune. Ecco perché è stato il più grande di questo mondiale. Più ancora che per i gol.

GOLA: l’ingordigia, che tradisce chi pensa di non mangiare perché si ha fame ma perché lo si deve fare. Neppure fosse scritto da qualche parte. Senza fame, si perde. Fred rappresenta l’apoteosi di questa ingordigia: Fred è uno che non ha fame, oltre che non avere i mezzi per lottare contro i vertici difensivi del calcio mondiale. Non ha fame e non ha colpi. E come nel 1982 a pagare è l’intera nazione.

IRA: quella maledetta voglia di vendicare un torto subito. Premessa: la squalifica di Thiago Silva non è un torto. Contro la Colombia ha commesso almeno tre falli da cartellino giallo, se poi ha disturbato scioccamente il portiere peggio per lui. Poco cambia. Piuttosto quella voglia di vendetta (soprattutto contro i giornalisti che gli hanno sempre contestato l’atteggiamento spocchioso oltre che alcune scelte) di Scolari nei confronti degli interlocutori che odia tanto. Lui che è sopra ogni cosa e che oggi è sotto un tiro (metaforicamente parlando).

ACCIDIA: l’inerzia nel vivere e nel giocare a calcio. Un vecchio difetto di fabbrica della Selecao nell’atteggiamento verso le partite. E fin che va tutto liscio, va anche tutto bene. Oscar oggi è un giocatore d’inerzia, ridotto così da Mourinho che ne sta tarpando le ali al Chelsea e dal fatto di credere troppo presto di essere “arrivato”. E invece è solo l’inizio, buon per lui, perché si tratta comunque del più bravo (che non a caso segna il gol della bandiera bianca). Anche David Luiz è d’inerzia: più le cose vanno male e più lui può far peggio. Ma non sono gli unici. Tanti ce ne sono, ce sono stati e ci saranno. Il Brasile è questo. Prendere o lasciare.

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