Un altro elemento che svaluta la Serie A: la retrocessione.

In Italia si fa un gran parlare della riforma della Serie A da portare prima o poi a 18 squadre. Su questo punto, Tavecchio potrebbe persino ottenere un consenso più ampio di quello raccolto alla sua elezione. Una scelta che, occorre ricordarlo, ci renderebbe meno europei dal punto di vista prettamente numerico: solo la Bundesliga, infatti, tra i grandi tornei, ha questa “ristretta” dimensione del campionato, del resto la Germania propone anche una lunga pausa invernale con il mese di gennaio senza partite. Semmai, ed è questo un discorso tutto da indagare e da valutare, passando da 20 a 18 si potrebbe favorire ciò che viene chiamato la stabilità del sistema, con un numero minore di retrocessioni. Ma non si pensi che sia questa la strada per evitare altri casi Parma: quella è una faccenda che riguarda i mancati controlli “politici” degli organi preposti, colti invece da clamoroso e assurdo sonno.

La vera considerazione da fare è quella di aumentare, per quanto possibile, la competitività generale delle partecipanti al campionato, in modo da evitare che la lotta per la permanenza alla massima serie finisca per essere svilita da verdetti troppo anticipati, che pesano anche sulla regolarità complessiva. Un dato evidente: incontrare una squadra praticamente retrocessa a molte giornate dalla conclusione ti mette in una condizione di favore. Può essere perciò estremamente interessante, come banco di prova, verificare cosa stia succedendo nei Paesi che più contano nella zona a rischio, assumendo un riferimento “scientifico” molto preciso: quante squadre ci sono a 7 punti dalla prima retrocedenda. Una zona larga, composta da due vittorie e un pareggio: quel tanto che basta, insomma, per non dirsi totalmente tranquilli quando ancora manca metà del girone di ritorno.

In Italia la situazione è appesa a un filo: ovvero, con il Parma per l’appunto già condannato, 5 punti separano Cagliari e Cesena dall’Atalanta. Tre squadre per due posti, con la prospettiva concreta che un eventuale allungo dei bergamaschi possa rendere del tutto inutile la fase finale, equiparando il fondo della classifica alla testa dove la Juventus ha un vantaggio siderale. In Premier la situazione è già più avvincente. Nessuno è condannato anzitempo e dai 28 punti dell’Hull City ai 19 del Leicester sono racchiuse altre 4 squadre, poco meno di un terzo del campionato ha da battagliare per non precipitare in basso. In Liga sono addirittura 8 i club che cercano di restare a galla, riducendo così di molto il ventre molle del centroclassifica, altrimenti detto delle squadra che non hanno più molto da chiedere alle restanti giornate. C’è poi la Bundesliga, dove chi arriva terzultimo ha l’ulteriore possibilità di non retrocedere giocandosi lo spareggio con una delle neopromosse. Anche in questo caso, la battaglia è ampia ed affollata, con 8 squadre coinvolte, quasi il 50% delle partecipanti. La situazione più divertente, o più drammatica, per chi è coinvolto, è in Ligue 1, dove del resto in questa edizione la lotta per il titolo è la più spettacolare con continui cambi di vertice. In fondo, Metz e Lens se la passano male, ma prendendo spunto dalla delimitazione della nostra zona, si arriva addirittura al Guingamp che non può sentirsi sicuro pur essendo decimo!

Insomma, anche guardando in basso, il calcio italiano appare come un prodotto di scarso appeal rispetto agli altri Paesi.

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