Roberto Donadoni è fin qui l’allenatore rivelazione della stagione 2013/14.

A pari merito con Rudi Garcia della Roma, a patto che non ne esca ridimensionato in questo rush finale. Ma se si evita di considerare la spinta emotiva dei singoli risultati, della classifica, della presunta corsa scudetto, forse Donadoni oggi ha qualcosa in più di tutti dalla sua. C’è infatti un Parma che arrovellandosi in un panorama in cui non c’è più l’armata Tanzi alle spalle riesce a battere alcuni record di quella gestione. Primo tra tutti il record di imbattibilità in campionato che fu di Nevio Scala. Il merito è dei calciatori, ma viste con oggettività le scelte il merito è dell’ex grandissima ala (nata fantasista) del Milan di Sacchi, allenatore che per colpe proprie (il basso profilo, la scarsa personalità, un certo modo poco funzionale di essere borghese in un calcio assolutamente “maleducato”) ha rivisto verso il basso le attese che gli si erano create intorno dopo il buon spaccato di Livorno. Quindi soprattutto Napoli e la Nazionale agli Europei, talmente di basso profilo da non sapersi prendere con le unghie il percorso verso il Mondiale sudafricano uscendo mestamente ai rigori contro la Spagna senza che infatti nessuno si rendesse conto che c’era davvero poco da disperarsi. Certo, non giocava un bel calcio. Né quel Napoli, né la Nazionale. Soffriva, Donadoni. Soffriva le ingerenze continue e poco galanti di uno come Aurelio De Laurentiis, vulcanico all’ennesima potenza, e soffriva l’ombra lunga di Marcello Lippi.

Forse, diceva qualcuno, Donadoni è uno che ha bisogno di cose diverse. Una certa pace, una continuità che in Italia per un allenatore è quasi utopia, una fiducia quasi incondizionata. Aspetti che mettono in riga i calciatori senza che poi serva urlare.

Perché a Donadoni le idee non mancano anche se certo non sono quelle di quando frequentava la corsia destra del Milan, quei dribbling, quei traversoni, quelle finte che forse nel ruolo soltanto Luis Figo ha saputo riproporre superandolo. Sono idee pragmatiche per certi versi, all’italiana, e per questo piace pensare che insieme a Conte e Montella faccia parte del trio che possa tenere a bada l’ondata straniera che ha come miglior pubblicità in Serie A le capacità e il carisma (oltre che il curriculum) di Benitez e Garcia. Idee che in questo Parma sono adesso frutti forse di rango europeo. Una su tutte: Marchionni regista. Chi l’avrebbe mai detto? Chi ci avrebbe scommesso un solo euro? E poi Biabiany, già bravo da Primavera all’Inter, ma considerato uno che non poteva fare la fascia. E Biabiany oggi è una garanzia nelle due fasi, secondo nel ruolo soltanto al colombiano Cuadrado. Poi la gestione non facile di gente come Cassano e Amauri, ai quali Donadoni non regala nulla dimostrando di aver imparato dagli errori del passato. Lui che a Livorno giocava quasi stabilmente con la difesa a tre prima che la inventasse Mazzarri, prima che la perfezionasse Conte. Lui che si è giocato la panchina del Milan, che tanto avrebbe voluto puntare su di lui, proprio perché sbagliava sempre sul più bello. Pensando che per fare risultati si dovesse sacrificare il bel gioco. Oggi la pensa diversamente. E di questo deve ringraziare il presidente del Parma Ghirardi e il direttore Leonardi. Perché adesso Donadoni è pronto a una seconda vita, a una seconda (o terza) grande chance. Senza fretta, però: se sarà Europa League lui sarà il primo a volersela giocare in scudocrociato. Magari riabbracciando Giovinco (un altro suo piccolo successo in Emilia) e facendo di tutto per trattenere quel Paletta su cui Prandelli è a questo punto costretto a far riflessioni serie in vista della missione in Brasile perché in difesa, salvo il blocco Juve, serve materiale certificato.

CONDIVIDI