Cosa indica la gara con il Frosinone. Le critiche di esperti, opinionisti e giornali smontate una ad una

Mi fanno sorridere alcuni commenti relativi alla classifica della Juventus, mai così grave da 45 anni a questa parte (ma ricordo stagioni partite benissimo e poi crollate miseramente, così come rimonte arrivate dopo de profundis che oggi ci apparirebbero incredibili perché relativi a grandissime squadre). Mi spiego: capisco che i risultati ondivaghi possano generare commenti dello stesso tenore. Ma il compito della critica dovrebbe essere proprio il contrario: sollevare un dubbio quando le cose procedono per il meglio e cogliere un aspetto positivo laddove il punteggio sembra bocciarti. Faccio quest’obiezione perché ho trovato almeno due giudizi di questi giorni assolutamente figli dell’istante e piuttosto superficiali. Provo a entrarci dentro e – semmai – a indicare limiti diversi della squadra che magari non sono stati ancora tracciati. Partendo però da un presupposto di base: c’è in giro una gran voglia di proclamare immediatamente fallita la rivoluzione proposta quest’estate da Marotta e Paratici. Dimenticando due ovvietà, che però vengono incredibilmente trascurate: il tempo che rimane per modificare il quadro. Il fatto che in due competizioni su tre (Supercoppa italiana e Champions League) la Juve ha proposto una sicurezza – variamente modulata – che non va dimenticata, non per spirito consolatorio, sia chiaro, ma per precisazione del contesto. Se, e sottolineo se, è ancora tutto da conquistare, la qualificazione agli ottavi di coppa arrivasse in modo pacifico e non sofferto come l’anno precedente non sarebbe un dato trascurabile nella maturazione di un gruppo decisamente ringiovanito

Dicevamo delle principali critiche. La prima è relativa al modulo: Allegri sta cambiando troppo, secondo alcuni, generando un effetto di confusione. L’affezione generale al dibattito estivo sul trequartista è in gran parte responsabile di questa superficiale visione, senza tenere conto che alcune scelte sono state determinate dagli infortuni. Mi addentro solo sull’ultimo periodo, partendo dal presupposto che lo stesso allenatore ha ammesso come nella sconfitta più definita – quella di Roma – abbia messo del suo. A Manchester grandi lodi per la scelta del tridente, una novità che avrebbe potuto condannare il mister alla gogna pubblica in caso di fallimento. La vittoria fa pensare e scrivere che si sia trovata la quadratura del cerchio. E allora il 4-3-3 viene riproposto a Genova e, pur senza creare moltissimo, la squadra non concede neanche un tiro nello specchio agli avversari. Qualcuno riesce anche a dire che la Juve ha sofferto. Una definizione che faccio fatica ad adattare per una partita dove dopo un’ora di gioco si era sullo 0-2 e con un uomo in più. Ma la vera pietra dello scandalo è che lo stesso 4-3-3 venga riproposto con il Frosinone. Con l’idea – a Marassi si è rivelata decisiva – che Pereyra sia il sostituto di Morata: non è una punta, ma fa benissimo l’esterno e la Juve si trova con Cuadrado due uomini che possono saltare l’uomo con facilità. Ok, Dybala è costretto alla panchina, può fare sensazione vedere 32 milioni inutilizzati dal primo minuto, ma Zaza non ha ancora giocato da titolare ed è indubbiamente una prima punta di maggior peso, il naturale sostituto di Mandzukic. I primi 45 minuti si chiudono sullo 0-0, la Juve procede a strappi, se ha un limite grosso è quello relativo alla prestazione dei suoi interni (Pogba troppo discontinuo, Sturaro nascosto) e a un certo adattarsi alle cadenze lente della gara. Ma Pereyra e Cuadrado – ovvero il piano tattico proposto – confezionano assist e tiri a ripetizione. L’argentino mette ben 2 palloni (rovesciata Zaza e testa sulla traversa di Pogba) che lo proclamerebbero uomo assist della giornata se venissero trasformati. Occasioni prodotte: 5 (con una battuta si potrebbe dire che è quanto finora è bastato all’Inter per creare il solco con le altre, ma sarebbe riduttivo). Davvero il problema è stato non avere utilizzato Dybala dal primo minuto?

Seconda grande critica: tra Juve e Frosinone non si sono viste tutte queste diversità. Frase letteralmente presa da uno dei quotidiani più importanti del panorama nazionale. Mi chiedo: 35 tiri contro 9 sono il nulla? E’ davvero così difficile far rientrare un 1-1 (gravissimo per la classifica) nel concetto di beffa? Si può ragionevolmente sostenere che la Juve non meritasse il successo? Il che, sia ben chiaro, a mio avviso suona da condanna, non da giustificazione (tanto è vero che Allegri non propone minimamente l’interpretazione sulla sfortuna ed entra nello specifico della gestione degli ultimi minuti). Di conseguenza: è ancora più condannabile una squadra che concede il gol da corner all’ultimo minuto, dopo che l’ultimo tiro del Frosinone era stato scoccato mezzora prima e con il campanello d’avvertimento del palo colpito da Castillo sempre da palla inattiva nel primo tempo. Ed è ancora più assurdo che in quel lasso di tempo la Juve abbia creato tantissime opportunità per mettere al sicuro il risultato. Ed è qui il vero limite di mercoledì sera: l’eccessiva frenesia al momento del tiro, la ricerca continua della potenza invece della precisione, la soluzione spesso individualistica con i tiri da fuori invece che del passaggio smarcante per un compagno meglio piazzato in area da rigore. Difetti tutti correggibili, premesse di una Juve che potrebbe perfino diventare esplosiva.

Ma in fondo, non c’è nulla di cui stupirsi mediaticamente parlando. Dopo il 5-0 sulla Lazio, con un -7 dalla vetta (che non è un’inezia), campeggiava un titolo: “Napoli da scudetto”. Poi lo 0-0 di Carpi ha trasformato i futuri campioni d’Italia in una squadra in crisi irrimediabile. E’ già tanto, comunque: talvolta bastano poche ore, senza neanche una partita in mezzo, per cambiare opinione e saltare sul carro che passa per primo.

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