Storia e parabola calcistica di Matteo Darmian: dalle giovanili del Milan al Manchester United

Ci sono storie lunghe, quelle postume sulle carriere dei calciatori e storie brevi, senza il tanto agognato finale, ma altrettanto intense. E certamente meno retoriche perché poi ci si attiene all’esito del campo. Dentro questa seconda specie l’estate 2015 inserisce il legnanese, dunque alto-milanese, Matteo Darmian. Classe 1989, nel pieno della maturità calcistica, anzi seguendo il luogo comune di chi la guarda sotto il punto di vista del difensore si tratterebbe di maturità ancora da conquistare. Ragazzo di buona famiglia e di poche parole. Un passato da leader silenzioso nelle giovanili del Milan dove approda ancora “piscinìn” (perdonate la nobile citazione: fu proprio Franco Baresi a fargli il provino in rossonero da responsabile del vivaio). Sempre capitano, dagli Esordienti in su. Sempre centrale difensivo intelligente, rapido, elegante e con una mole che era la metà degli altri. Le cosiddette “letture”, queste cose difficili da spiegare che per i grandi difensori sono tutto. Campione d’Italia categoria Allievi in una squadra dove si ricordano oggi soltanto lui e in parte l’attaccante del Chievo Alberto Paloschi. Fino alla categoria Primavera, dove segna anche in un derby il gol risolutore nonostante non andasse in gol da tre anni. Sempre da uomo a comando della retroguardia.

Al che arriva il momento della prima squadra. Ancelotti vede Darmian. Lo capisce. Non lo mollerebbe mai. Lo fa esordire da esterno cercando di tirargli fuori la corsa: Darmian è freddo, calcolatore, tatticamente irreprensibile. Poco appariscente, come da migliori tradizione dei difensori italiani fatta eccezione per coloro che sono chiamati per vocazione all’utilizzo del mezzo atletico (da Burgnich a Chiellini la lista è anch’essa piuttosto fitta). Arriva il momento di salutare la famiglia, il papà che lo allenava nell’oratorio proprio di Rescaldina quando la squadra a 5 era anche detta Pulcini. Salutare quel paesino magico con meno di 15.000 residenti in grado di portare due uomini alla medesima fase finale dei mondiali (lo stesso Darmian e il concittadino Abate, record mondiale assoluto), senza dimenticare che quelle erano anche le strade, gli alberi e i cancelli di un certo Marco Simone.

Inizia il giro d’Italia, anche se il Milan inizialmente ha l’idea di non perderne il controllo. Così non andrà, perché il Palermo sa fare business ad anni alterni. L’incontro con Ventura, la difesa a quattro poi a cinque, il motore da esterno che sale di cavalli, la solita storica attenzione, il crederci anche oltre la linea di centrocampo. Quindi lo United due anni dopo il corteggiamento anticipato di Antonio Conte che si accontentò di Angelo Ogbonna (a proposito: anche lui in Premier, non per consacrarsi ma per provare a risollevarsi e a riprendersi la Nazionale in tempo per gli Europei). Cioè, Madchester, la pazza Manchester, quella denigrata di fine anni ’80, quella post-industriale, quella d’élite, quella che ha dimenticato Beckham ma che non si dimenticherà mai di George Best e Sir Alex Ferguson. I Red Devils che devono riconquistare il posto nell’Olimpo e per farlo si sono internazionalizzati anche troppo. Ma questo è il calcio del 2015. Allora giusto che tocchi anche al terzino di cui nessuno conosce realmente i limiti. Se il punto di partenza, nel ruolo, sono i paragoni con Antonio Valencia, l’inizio è più che promettente. Discorso diverso per le cure di Van Gaal: con lui si può toccare il cielo con un dito o finire dentro le purghe del dittatore. Darmian ha tutto per rientrare nella prima categoria, già solo perché in allenamento è rinomato per essere letteralmente un cosiddetto “mulo”. Good luck boy.

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