Un’ottima prestazione dell’Inter che recupera lo svantaggio dell’andata non basta: la Juventus passa in finale di Coppa Italia ai rigori

W la Coppa Italia, ci sarebbe da scrivere a caratteri indelebili. Regala emozioni come il doppio viaggio e l’entusiasmo del popolo alessandrino (ci vuole il grigio per restituire colore al calcio italiano). Inventa una semifinale tra Juventus ed Inter che ha rischiato di passare alla storia, con una rimonta clamorosa da parte dei nerazzurri che stavano ripetendo l’exploit del 1985 con il Verona, quando ribaltarono ai supplementari un 3-0 ricevuto al Bentegodi. Con puntualità e precisione da storico Allegri lo aveva ricordato alla vigilia. Ma evidentemente il messaggio non è passato ai suoi giocatori, troppo lontano il riferimento nel tempo e troppo vicina, attaccata alla pelle più ancora che alla memoria, era l’impressione di un’Inter tremebonda, arrendevole, perfino autolesionista: difetti macroscopici denunciati allo Juventus Stadium, tanto domenica sera in campionato che il mese prima – per l’appunto – nell’andata di Coppa. Immaginare una serata come quella di ieri era davvero impossibile. Tanto è vero che San Siro ospitava più supporters della Signora che della Beneamata. Ed alla lettura delle formazioni si è guardato certamente in una direzione invece che in un’altra. Ovvero, si è pensato che 7 cambi da parte della Juventus rispetto all’ultima partita fossero non solo assorbibili, ma addirittura giusti e doverosi per esprimere una volta di più la forza della rosa bianconera e le varie possibilità combinatorie, anche in relazione alle scelte di modulo, oltre che di interpreti. Quanto ai padroni di casa, l’idea di una coppia centrale dov’era presente D’Ambrosio – indicato neanche tanto tra le righe da Ausilio come l’autore degli errori inaccettabili del 3-0 torinese – oltre alla scelta di Carrizo e non di Handanovic appariva quasi come un segno di resa. Per non parlare di Icardi, il goleador che si pensa indispensabile vista la sua alta resa realizzativa. E invece no, pure lui confinato ai margini. Neanche per l’ultimo spezzone di gara è entrato. Neanche per i rigori. Sospetto che diventerà un tormentone estivo la sua partenza da Milano. Ma questa è un’altra storia.

Di lezioni possibili il 3-0 a favore dell’Inter ne contiene parecchie. Di messaggi forti, che peseranno anche sugli ultimi mesi di questa stagione. Intanto, i nerazzurri si sono assunti un bel ricostituente che vale come un impegno: una squadra con una tale forza di volontà ha il dovere di essere presente fino in fondo alla lotta per il terzo posto. Per dirla con uno slogan, se si sfiora la vittoria storica in una gara a eliminazione diretta, occorrerà vivere le restanti 11 del campionato come altrettanti finali per restare almeno sul piano della cronaca. Il Perisic visto ieri, per fare un nome tra i più discussi, giustifica l’esborso economico non banale. E l’energia spesa per mettere sotto la Juve deve essere indirizzata immediatamente verso prestazioni che devono dare un segnale di svolta, a maggior ragione in questa fase dove il calendario propone due impegni in casa assolutamente abbordabili contro Palermo e Bologna. Non sarebbero davvero accettabili risultati striminziti, dopo che si è visto per 90 minuti una condotta di gara vibrante ma anche lucida, efficace ed entusiasmante. Forse quei tanti 1-0 ottenuti nel girone d’andata hanno generato una prospettiva illusoria, finendo per spegnere il cuore e accendere oltre misura una razionalità che adesso va impastata con uno spirito agonistico che si è manifestato. Meglio tardi che mai, il tempo c’è ancora.

La Juve deve riflettere, però senza snobismi. A cosa mi riferisco? Da tifoso guardo, mi preoccupo, vivo male una gara terribile e imprevista ma poi festeggio il raggiungimento della seconda finale consecutiva di Coppa Italia, evento che nei miei 50 anni di vita non ho mai avuto il piacere di vivere. Sarebbe un guaio se l’ambiente pensasse di essere immune da imperfezioni, fossero pure quelle colossali di ieri. Ha fatto bene il mister a guardare nei commenti post-gara anche ai lati positivi della vicenda, a partire dai tempi supplementari condotti bene. Io aggiungo la grande serenità nel battere i calci di rigore (5 su 5 con palla da una parte e portiere dall’altra), ricordando come nella prima finale di Allegri con il Napoli a Doha vincere ai punti e buttare via più opportunità da ko, anche dal dischetto, fu un dolore molto grande e ci fece pensare a una possibile vocazione autolesionista di una squadra che già stava dominando il campionato, laddove questa vive – com’è giusto che sia e come succede a 9 su 10 big in Europa – una realtà dove tutto deve ancora compiersi, dal triplete dei sogni alla possibilità che non si raccolga nulla del tantissimo che si è seminato.

Da analista (interessato), San Siro rivela un po’ di cose che è bene non trascurare. Difetti che denunciano prestazioni individuali gravemente insufficienti, impastate con un senso di smarrimento che ha generato un 3-0 che poteva essere anche più grave (Neto ha salvato la prospettiva supplementari con l’intervento su Perisic in zona Cesarini, anche se il palo di Zaza – l’unico leone degli 11 – avrebbe potuto chiudere prima il discorso qualificazione). Continuo a pensare che la Juve debba giocare con il 3-5-2: l’ingresso di Barzagli ha fornito un contributo di tranquillità di cui si sentiva il bisogno e quando Lemina ha regalato movimento al posto di un Hernanes impaurito dopo il gol dell’1-0 tutto ha avuto una misura diversa. Quando si perde con queste proporzioni fare la lista dei responsabili è operazione inutile e sbagliata. Certo è evidente che alcuni dei “nuovi”, in particolare Rugani e Asamoah, abbiano accusato più di altri lo smarrimento. Ma se la Juve passa in tre giorni dal 90% delle azioni impostate da dietro a un 64%, basando la propria manovra solo sull’idea di mandare nello spazio Zaza perché tutte le altre strade non si riescono a praticare, vuol dire che l’insieme della strategia di gioco pensata per Milano non è riuscita a manifestarsi. Se la Juve ha una grande qualità (di tipo europeo) è quella di uscire sempre con pulizia dalla propria difesa e di farlo in svariati modi, non solo per via centrale. Vedere Neto più volte impegnato al rilancio, senza prospettive reali di far salire la squadra, è stata una delle immagini più significative di una serata vissuta al confine con l’incubo.

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