L’isola felice che non c’è più: il Grande Parma di Nevio Scala e le sue glorie

E’ la seconda volta che il Parma vive una crisi che lo avvicina alla fine del grande sogno, dell’Isola Felice che ci è stata raccontata e che come tale è stata vissuta durante gli anni ’90. La prima con lo spettro della B, il commissariamento, le grane che sono venute nel dopo Tanzi. E di questo già in lungo e in largo, ma mai troppo, s’è parlato e indagato. Adesso invece si è nel bel mezzo del post Ghirardi, altrettanto temerario anche se non globalizzato come il marchio e le truffe Parmalat. Da quanto viene raccontato dalle zone limitrofe ai Palazzi di Giustizia anche questa volta di mezzo ci sono truffe, con uomini più goffi e altri complici, con mezze verità che sono immense bugie.

Nulla di meglio per guastare il ricordo di chi è cresciuto con un “modo diverso di fare calcio” e vincere. Il rischio è che il Parma possa fare la fine del Bologna a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, club con picchi di gloria poi assestato nella nullità o nella normalità per mezzo secolo, club che intorno vive ancora l’aura di ciò che fu. E’ forse presto per dirlo, non si sa ancora se gli scudocrociati nella stagione 2015/16 disputeranno la Serie B oppure la Serie D, che non sono soltanto due categorie di differenza (dopo l’unificazione della Lega Pro proprio per rimediare agli assetti fallimentari medi delle società italiane di mezzo rango), ma certo tutto, se non molto, è guastato.

Di mezzo, magari ancora più suggestivi per la memoria, ci finiscono gli anni da rivelazione (in parte con Arrigo Sacchi ma soprattutto grazie alla cementificazione e all’originalità tattica di Nevio Scala). La squadra di provincia che va in cima all’Europa, quella del sindaco Osio e del mite Cuoghi, quella dell’intelligente ma improbabile Zoratto, dell’emergente Melli che quelle cose (i gol) le poteva fare solo appunto a Parma, quella di Fausto Pizzi come il novello Mariolino Corso. Poi ci sono state le prime evoluzioni, il punto forte della difesa tutta italiana che era a cinque prima ancora che esistessero Mazzarri e Conte. Benarrivo (o Balleri), Apolloni, Minotti, Di Chiara. A forgiarli un belga che era la chiave di tutto, Georges Grun, dimenticato perché troppo italiano per essere straniero.

Al che gente che faceva tremare e sognare: Thomas Brolin centrocampista/attaccante atipico al punto che il suo ruolo ideale non l’ha mai capito nessuno, Hristo Stoichkov pure Pallone d’Oro ma bulgaro al punto che in Italia è durato si e no 4 mesi. Poi la foga di Fernando Couto, il tentato blitz sulla Juve (a favore del Barcellona) per la stella di Luis Figo fino a Hernan Crespo che della città s’è realmente innamorato. Terza evoluzione, più italiana: Enrico Chiesa, Gianfranco Zola, Fabio Cannavaro altro Pallone d’Oro (parentesi di merito per Lilian Thuram). E decine d’altri.

Fino però a fermarsi su uno, che è stato nel mezzo, ha fatto discutere e impazzire gli avversari: il colombiano Faustino Asprilla. Il più tremendista dei sudamericani prima che da quel paese arrivassero a manciate, prima che ci fossero i Cuadrado, i Zuniga, gli Ibarbo e i Guarin. Asprilla li valeva tutti messi insieme. Seconda punta, friggitore di difese, uno contro uno, due o tre. Falcata, tiro, capriola. Doppiette, triplette, robe strane, conclusioni ineguagliate sulla corsa, oppure il nulla. Che è poi quello che è seguito alla sua esperienza in Emilia. Che è quello che rischia questo Parma zimbello e vergogna d’Italia.

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