Un capocannoniere da scudetto per il calcio italiano

David Trezeguet, Andriy Shevchenko, Zlatan Ibrahimovic. Fate un test immediato sulla vostra percezione, pensate a questi bomber nel loro massimo momento di splendore e di affermazione e chiedetevi: non avete nostalgia di goleador di questo calibro nella nostra Serie A? Ognuno con caratteristiche diverse, peraltro, quasi a comporre l’identikit ideale dell’attaccante perfetto: il cecchino francese, capace come nessun altro di cogliere l’attimo proporziato dalla squadra con un’attitudine allo smarcamento senza eguali. La freccia ucraina, un giocatore che per un certo periodo è sembrato migliorare gara dopo gara, quasi irriproducibile per il coefficiente di qualità associata alla velocità, espressa più con intelligenza che con istinto. Il gigante svedese, l’uomo che vuole il pallone per poi decidere cosa farne, il troppo forte soprattutto con i più deboli, tanto da risultare qualcosa di più di una garanzia nelle corse a tappe quali sono i campionati, quasi un dogma, almeno fino al 2012: con lui si vince con un senso di schiacciante superiorità, si guadagna anche in rispetto altrui. Giusto per usare un’espressione che certamente piacerebbe al suo smisurato ego.

Cosa accomuna i tre, oltre ad avere giocato talvolta nello tesso club e, nel caso di Trezeguet e Ibrahimovic, pure insieme? Sono loro gli ultimi rappresentanti di una specie molto più rara di quel che si potrebbe pensare: i capocannonieri in Serie A che, sedendosi sul gradino più alto del podio, si sono vinti anche lo scudetto con la propria squadra. E’ successo nel 2002 con un Trezeguet esploso definitivamente, in grado insieme a Del Piero di regalare il titolo rocambolesco del 5 maggio, con proprio loro due a segnare all’ultima giornata. Nel 2004, con un Shevchenko più che mai ispirato nel Milan bello e concreto di Ancelotti, che viaggia sulle ali dell’entusiasmo della Champions League guadagnata all’Old Trafford. Infine, nel 2009 con Ibra, al culmine della sua avventura nell’Inter, dove ha imparato, soprattutto con Mourinho, ad essere straordinariamente incisivo e continuo, contribuendo come non mai anche in termini di realizzazioni. Tre eventi, tre simbiosi tra re dei goleador e formazione campione d’Italia che ormai rappresentano quasi un’utopia, non si è più verificato ed anche in questa mancanza c’è un po’ di quel fascino perduto della Serie A. Senza contare il dato prettamente nazionale: bisogna risalire a Gianluca Vialli e alla sua Sampdoria del 1991 per tornare a un rappresentante del nostro calcio in grado di trascinare a uno scudetto quasi inconcepibile con la forza e il numero delle sue realizzazioni.

Sono lontani, irrimediabilmente non riproducibili, gli anni nei quali si vinceva una volta su due o eventualmente su tre, se si possedeva l’attaccante in grado di fare la differenza. Era un calcio che ha funzionato così fino agli sessanta, quando la marcatura a uomo e la caratura di certi fuoriclasse, soprattutto stranieri (Nordahl, Charles, Sivori, Altafini), faceva sì che chi possedeva una determinata punta aveva quasi la certezza di tagliare per primo il traguardo. Poi la faccenda si è complicata e pure italianizzata, ci sono stati scudetti episodici incarnati soprattutto attraverso le gesta dei bomber assurti a eroi mitologici (Riva, Chinaglia e Pulici) o titoli che trovavano anche e non solo una spiegazione nella presenza di certi giocatori. Il Milan sessantottino con Prati, l’Inter del 1971 con Boninsegna e quella del 1989 di Serena.

Infine ci sono stati i campionissimi di squadre che edificavano cicli virtuosi di lunga durata. Nessuno si sognerebbe di raccontare la Juventus del 1984 solo attraverso Michel Platini o il Milan del 1992 con Marco Van Basten. Però quanto servirebbe oggi al calcio italiano ribattere questa strada, opponendo all’imperante dualismo Real-Barça così personalizzato in Cristiano Ronaldo-Lionel Messi un bel duello di campionato tra Juve e Inter, Juve-Milan o chi volete voi attraverso una bella lotta corrispondente tra due figure di bomber in grado di sintetizzare e massimizzare le virtù delle proprie squadre. Insomma, il modello della scorsa Supercoppa, quando sono stati Higuain e Tevez a regalare gol ed emozioni, facendo di quella gara una perfetta sceneggiatura di film divorato da due, e quasi solo loro, protagonisti assolutamente nella parte.

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