Si è sempre superato, sia individualmente che come uomo squadra, e questo resta tra i migliori pregi che vanno riconosciuti a Zlatan Ibrahimovic anche soppesato sui tanti giudizi affrettati elargiti nel tempo soprattutto dalla grande stampa (anche internazionale) la quale non gli ha mai riconosciuto tratti di simpatia

Nel calcio non conta solo l’appeal, il “pierraggio”, il modello esteriore. Anzi, quello a conti fatti non conta praticamente nulla, conta saper crescere, sapersi anche cambiare nella professione. E l’Ibrahimovic di oggi, quello di Parigi, è ancora differente da quello del Milan (già intriso di leadership sconfinata) perché capobranco a tutti gli effetti. A Milanello, per quanto tu possa essere il numero uno, non lo puoi essere. E tanto meno a Torino ai tempi della Juventus, quando ancora pareva una seconda punta totale, dotata di fisicità e insieme tocco carezzevole sul pallone: venne poi che nel solo primo anno agli ordini di Capello il buon Zlatan acquistasse 12 chili in 9 mesi, massa si dice in gergo, alla caccia di un upgrade che iniziasse a renderlo il centravanti moderno definitivo. Cosa che per caratteristiche tecniche naturali David Trezeguet non avrebbe mai potuto essere. Il concetto era chiarissimo nella testa di Don Fabio e chi ne trasse tutto il beneficio fu poi Mancini negli anni del ritorno agli scudetti sul campo dell’Inter contro avversarie modeste e senza strumenti in Italia per frenare quell’armata creata anche sulle ceneri della Juventus.

Ibrahimovic iniziava a studiare da capobranco, ma il rendimento lo metteva sempre di fronte al medesimo ostacolo: in Italia già solo il fatto di incutere timore ti crea spazi intorno che se sai sfruttare al meglio (e Ibra li sfruttava eccome) diventano devastanti, letali per ogni avversaria. Ma non bastava. Il tassello mancante era questa presenza da legare a una logica di calcio di squadra, di concretezza cinica, di accettazione dello scontro fisico tra titani che in Europa lo svedese pagava ancora a caro prezzo. Per questo se oggi Ibrahimovic è il migliore nel ruolo, nei top 3 mondiali in assoluto, uno degli attaccanti che resterà saldamente nei manuali del gioco del calcio, allora va rivista anche la parentesi di Barcellona, tacciata come uno dei momenti peggiori della carriera. Un falso storico. Il punto è che in Spagna gli errori furono da ambo le parti, società e calciatore: i blaugrana vollero emulare senza accorgersene l’idea madrilena dei Galacticos (errore che Guardiola non ripeterà al Bayern Monaco) senza fare il conto con gli assortimenti caratteriali e con il fatto che un capobranco fa fatica se manca il branco, o se il branco risponde a comandi di terzi.

Da Barcellona Ibrahimovic se ne scappò a gambe levate, ma prendendosi dietro il meglio, cioè il grado tecnico richiesto in ogni singola giocata, cioè quindi il pensare veloce. L’elemento che gli ha permesso anche dopo la parentesi Milan, con quell’unico scudetto in carriera perso per mano della Juventus di Conte, di essere definitivamente Zlatan Ibrahimovic e non quel talento straordinario che aveva sempre tutto da dimostrare guardando ripetutamente i VHS con le prodezze di Marco Van Basten. Lui è stato capace di cambiare, di diventare un’altra cosa, di conquistare anche la Francia calcistica riposizionandola nel gotha europeo sia come visibilità che come incidenza. Nemmeno Van Basten avrebbe potuto tanto.

Ibrahimovic Top Gol & Skills [VIDEO]

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