Bologna è una piazza calcistica. Anzi, non lo è più.

Lo era ed è tempo che non lo è più, anche nonostante i sussulti avuti in parte (e meritatamente) sotto le ormai datate gestioni di Carlo Mazzone e Renzo Ulivieri. E anche nonostante la maglia rossoblù abbia ospitato in grembo le doti di campioni quali Roberto Baggio, Beppe Signori, Marco Di Vaio e Alberto Gilardino (e non a caso anche qui in quanto a qualità in valore assoluto l’ordine cronologico segna un visibile discesa). Non essere più una piazza non è il male, piuttosto il male è tentare di rianimarla continuamente attraverso improvvisazioni anche goffe e malcelate. E quindi vivacchiare ben peggio di una provinciale.

Il problema è chiaro, e passa da un bivio: per la storica società che nella prima della seconda metà del secolo scorso dettava il passo insieme ai mostri sacri (e neppure sempre) la Serie B, l’eventuale retrocessione, può essere la soluzione. Anzi, senza ingressi determinanti, e quindi maggioritari, è la soluzione. Perché cadere vuol dire poi provare a rialzarsi, scendere di categoria per demeriti è anche un po’ purificarsi: via allora tutte le figure improvvisate e/o quelle che arrivano soltanto per i soccorsi estremi, quelli che non risolvono i problemi (leggasi banche e cordate “artigianali”), dentro una proprietà seria e solida. Una proprietà anche votata alla sofferenza, che svecchi come prima cosa una squadra costruita con procuratori e con stipendi al ribasso per antiche glorie che non sono mai state campioni.
Non è quindi né una iattura, la mia, né una premonizione. E’ una logica che utilizzerei per qualunque club fosse nella situazione del Bologna, visto che i felsinei sono societariamente “on sale” da ormai 4 anni e che hanno avuto l’onore, diciamo così, di essere l’unico club di Serie A nella storia moderna a non remunerare gli stipendi contrattualmente dovuti nei modi e nei tempi prestabiliti. Anche qui, non una morale. Ma soltanto una clamorosa cartina tornasole di ciò che servirebbe: cioè una grande nasata che svegli tutta una città e la sua cultura sportiva da un torpore ormai insopportabile.

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