Un 1-1 in casa dei tedeschi del Borussia Monchengladbach che avvicina alla qualificazione

Qual era l’eredità con la quale la Juventus si presentava in Germania? Può essere produttivo chiedersi questo per andare a rileggere lo svolgersi dell’incontro che permette ai bianconeri di avvicinarsi sensibilmente alla qualificazione e che – contemporaneamente – complica un po’ la conquista del primo posto (ancora più che possibile, comunque). Magari ha ragione Schubert, il mister a interim dei “puledri”, a minimizzare ciò che succede prima di una gara, i risultati conquistati nei rispettivi campionati. E’ talmente vibrante un incontro europeo da essere necessariamente un’altra cosa, non ci sono calcoli, si vive come uno scontro dentro-fuori anche quando si è ancora nel pieno del girone. Però, prescindendo dal derby o da quanto finora la Juve abbia stentato in questo inizio di stagione, è indubbio che indicazioni forti erano giunte nei primi 3 incontri di Champions League. Un bagaglio di conoscenze che in qualche maniera si è potuto vedere anche al Borussia Park, a conferma che ogni gara ti regala qualcosa che è bene non dimenticare.

Manchester aveva dimostrato la grande forza di reazione della Juve. Sotto di una rete, aveva capovolto il verdetto coniugando spirito di sacrificio ad altissima qualità delle reti. Un Buffon mostruoso e due gol tanto belli quanto determinanti, questa era stata la ricetta. Con l’ambizione manifesta di far capire che Berlino non era stato un caso e che – anche con interpreti diversi – quel cammino era stato intrapreso e si voleva fortemente competere per i massimi traguardi. Ieri sera quella lezione si è rivista. Non inganni l’ultima mezzora, dove la Juve ha palesemente accusato l’inferiorità numerica. Il senso della gara è ben altro. La Juve ha saputo uscire fuori dalla situazione di svantaggio con lucidità, mettendo in mostra una crescente partecipazione corale alla manovra dopo aver sbandato prima e dopo l’1-0. Ed il pareggio, con Pogba nelle vesti di magnifico suggeritore per Lichtsteiner esattamente come aveva fatto per Mandzukic in Inghilterra, dice che il numero 10 può realmente essere pensato come il rifinitore principale a disposizione di Allegri, senza che questo comporti uno spostamento in campo. I numeri confermano l’impressione che l’allenatore stia lavorando affinché il gioco passi sempre di più dal coinvolgimento di Paul. E come già nel derby – dove è risultato decisivo in entrambe le reti – la risposta è notevolmente positiva. Anche come inventore del “penultimo passaggio”. Nel primo tempo Pogba ha fornito molti palloni ad Hernanes, determinando strappi nel centrocampo avversario con accelerazioni a testa alta. Ho la sensazione che ci si trovi molto vicino a un periodo esplosivo del francese, non dissimile da quello vissuto nei primi mesi dell’anno.

Quanto a Buffon, elemento di continuità di tutte le notti europee più o meno sofferte, ritengo ci si debba opporre all’idea corrente che non esistano più aggettivi per definirne la grandezza. Tagliamo la testa al toro e chiediamo ai compilatori di dizionari di far diventare il suo nome un neologismo. Dentro il quale ci si possono mettere tante cose.

Juventus-Siviglia era sembrata una gara di campionato “vecchi tempi” per come i padroni di casa erano stati capaci di governarla totalmente. Quel tipo di sicurezza nella gestione è probabilmente ciò che più vorrebbe Allegri, anche a costo di un andamento più lento nello sviluppo della manovra. La qualità del palleggio e l’intelligenza della lettura delle situazioni, prima e più ancora dell’intensità. Sono presupposti che la Juve riesce oggi a mettere in campo – e non sempre – solo se passa in vantaggio, il che capita di rado. Si sono visti nel “tranquillo” primo tempo del derby. A Moenchengladbach l’inizio della ripresa ha fatto pensare che l’1-2 fosse vicino e – di conseguenza – si sarebbe finalmente vista la capacità di raffreddare il clima. L’espulsione di Hernanes ha vanificato il progetto. La sfida vera sarebbe riuscire a proporlo nella partita successiva con il Manchester City. Vincere e anestetizzare le proprietà altrui rappresenterebbe il capolavoro di questa prima fase.

Infine, l’andata con il Borussia. Con la denuncia di Allegri sulle scelte sbagliate arrivati sulla trequarti, tali da portare a molti tiri senza troppo costrutto e – soprattutto – senza realmente pungere in area di rigore. L’1-1 tedesco non corregge certi difetti, la Juve va ancora incontro ad errori di superficialità nello scarico palla a ridosso dei 16 metri e vive troppo la tentazione della soluzione personale. Un po’ per legittima presunzione tecnica – non sono pochi i giocatori in grado da soli d’inventare qualcosa d’importante – molto più evidente è l’episodicità del dialogo tra gli attaccanti, anche se Dybala si è impegnato a cercare Morata e ha sicuramente tratto utili indicazioni dalla prima trasferta europea vissuta da titolare nella sua carriera. Le coppie in avanti hanno modo di rafforzarsi se trovano il modo di stabilire un’intesa produttiva e soddisfazioni personali. I gol stanno mancando, a dispetto dell’opinione pubblica che li pretenderebbe titolarissimi. Il dilemma è grosso e di non facile soluzione: diventa infatti difficile pensare che Mandzukic o Zaza non avranno occasioni anche immediate per tentare di sovvertire questa gerarchia ma – contemporaneamente – forse ai due ragazzini terribili converrebbe concedere ancora qualche opportunità, provando a stabilire una minima continuità di prestazioni.

CONDIVIDI