Roma condannata dalla superficialità.

 

Il possesso della palla è solo uno strumento con cui organizzare il proprio gioco e cercare di portare disorganizzazione nello schieramento dell’avversario. Senza una sequenza almeno 15 passaggi, una buona transizione tra attacco e difesa è impossibile. Impossibile”. E’ questa una delle frasi che più hanno colpito la critica italiana al momento della lettura delle memorie di Guardiola. Tanto stupore si spiega solo in un modo: da noi, evidentemente, si ritiene che fare possesso sia una versione nobile e moderna della gestione delle partite, equivalga al rallentamento dei ritmi di gioco, sia un altro modo di difendersi nascondendo il pallone all’avversario. Non una strategia d’attacco, quindi, confondendo così il reticolato fitto dei passaggi come una trama conservativa e non, invece, il modo per portare alla conclusione più uomini costruendo situazioni ad alto tasso di imprevedibilità.

 

Il crollo della Roma ha a che fare con quest’incomprensione profonda e si è rivelato  così eclatante, al pari di quello del Brasile, da rischiare di essere talmente clamoroso e far passare in subordine la mostruosità della forza tedesca. Che insieme a una determinazione lontana dai nostri standard (perché collettiva, organizzata, non prodotta da qualche isolato giocatore), possiede una velocità d’esecuzione e un coefficiente di tecnica da grandissima squadra, che si esalta ancor più per come riesce a risultare una macchina perfetta una sequenza dopo l’altra.

 

Il clamoroso errore di Garcia è aver confuso la felicità con la spensieratezza: per stare al passo ci voleva una concentrazione superiore, provare a rubare palla come generalmente non si fa, sentire l’urgenza di interrompere le loro catene di gioco a costo di snaturarsi. Come ha scritto profeticamente Enrico Sisti su Repubblica, in sede di presentazione della gara, sembrava una vigilia talmente serena e perfetta da indurre a pensarla come una “partita zen”, da non giocare per non disturbare tanto zucchero. La Roma ha  quindi perso prima del fischio d’inizio, più per superficialità che per presunzione.

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