Arrigo Sacchi ha rivoluzionato il calcio. La sensazione era già forte, precisa, addirittura codificata nel mentre questa avveniva.

Sono trascorsi 25 anni e il residuo di quel nuovo modo di interpretare il calcio ad altissimi livelli resta ancora piuttosto forte, avvicendato per sommi capi dal cosiddetto tiki-taka catalano-spagnolo. Ciò che però resta in maniera più clamorosa, proprio al netto dei ripetuti (e meritati) exploit della nazionale spagnola, è che il sacchismo ha creato un effetto domino il quale ha avuto come risultato finale l’omologazione degli stili di gioco.

Fate bene attenzione: prima del 1990 si parlava di modi di giocare, stili in tutto e per tutto, non di sistemi. Di moduli, ormai assurti al ruolo di “massimi sistemi”. C’erano le cosiddette scuole. Quasi ogni nazione ne rappresentava una, o comunque la macro-territorialità geografica marcava in maniera precisa, anche qui quasi codificata e facilmente decifrabile. Dopo Sacchi, invece, progressivamente il nulla. Ciò che distingue il gioco delle nazionali (giusto ragionare per ora ancora escludendo dal discorso la Spagna, emanazione del Barcellona, frutto di un pensiero unico di terza generazione nato con il seme del Crujiff-pensiero in Catalogna: già, Crujiff, che se vai lì è ancora considerato non a torto il padre di tutto) sono ormai più i tratti caratteristici della tipologia media dei calciatori, ovvero anche le individualità, non più come queste stanno sul campo.

Già, perché sul campo ci stanno con i dettami di Arrigo: zone di pressione, sfruttamento delle vecchie “zone morte” del rettangolo di gioco (quindi gli angoli del perimetro, partendo dalla nuova centralità delle fasce laterali), la ricerca del fondo, le linee di reparto. Ed è proprio su questo ultimo punto che qualcosa s’è perso, aspetto che poteva anche essere razionalmente messo in preventivo: l’esasperazione della trappola del fuorigioco. Con due motivazioni abbastanza lampanti: punto numero uno il fuorigioco poggia su una presunta infallibilità degli assistenti arbitrali che non esiste e umanamente non potrà mai esistere, accorciandosi oltretutto i centimetri in ballo e alzandosi la velocità delle giocate; punto numero due l’applicazione e la preparazione della partita di ormai qualunque avversaria, processo iniziato a metà anni novanta, stava quasi primariamente (per gli attaccanti) nella coscienza di ciò che andavi ad affrontare. Ormai contro quasi tutti, non solo contro quel Milan che ha dettato legge poi anche con i rimedi conservativi (e ivi intelligenti) di Fabio Capello. Quindi ecco nascere i tagli delle punte, i movimenti ad elastico, i cosiddetti “galleggiamenti” sulla prima linea di cui, per esempio, Pippo Inzaghi è stato un maestro quasi senza avere nessun altro requisito teorico che non fosse far parlare i gol. Onore a lui, e onore oggi a chi ancora ha il coraggio di puntare sul fuorigioco come uno dei primi tre capisaldi del proprio pensiero. Uno è Zeman, per dire, e non a caso paga dazio quando il livello della competizione sale vertiginosamente. Onore e niente più.

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