Il numero dieci sulle spalle, la maglia viola, la giusta dimensione: per Alberto Aquilani arriva anche la domenica della consacrazione.

Quando più di un lustro fa si pensava a una vera stella nascente e poi i fatti, e tutta una serie di altre motivazioni (tra cui quelle tecniche e quelle caratteriali) ne hanno ridimensionato l’impatto sul calcio nazionale. L’Aquilani di oggi si trova finalmente vicino al giocatore dei primi due anni di prima squadra in giallorosso, nella sua Roma, dove aveva sognato di essere il nuovo Totti. Cioè, tornando alle tinte attuali, qualcosa di molto simile al nuovo Antognoni.

Perché per modo di stare in campo già quell’Aquilani che incantava nei campi dello Stivale da categoria Primavera e poi da titolarissimo della Nazionale Under 21 aveva qualcosa di poco diverso da quello che all’esordio con la maglia viola a 18 anni e mezzo venne già definito “il nuovo Rivera”.Quell’Aquilani aveva tocco, visione di gioco, una certa esuberanza nei tocchi difficili. Di Totti non aveva la gestione degli ultimi venti metri e le cosiddette genialate, spesso legate alla capacità di giocare la palla di prima intenzione. Esiste però quel legame delle “gavette” che Aquilani e Antognoni hanno saputo affrontare (Trieste il primo, addirittura Asti in quarta serie il secondo) con l’enorme differenza che il romano, ora protagonista con la Fiorentina dopo aver praticamente fallito con Liverpool, Juventus e Milan a seguito del divorzio con quella macchina semi perfetta che era la Roma di Spalletti, è stato appunto costretto a cercar fortuna altrove. Lontano dalla squadra del cuore della quale ambiva ad essere nuovo profeta, lui che era più fiorettista di De Rossi e così simile (dicono i romanisti romani) al primissimo Giuseppe Giannini. Per Antognoni il percorso fu praticamente opposto, perché Firenze lo cullò nel calcio che contava, lo proiettò fino in Nazionale (ecco il numero dieci: nessuno ancora oggi lo ha vestito le volte che lo ha vestito lui, neppure Roberto Baggio…), lo difese sempre e comunque. Antognoni era umbro, neppure toscano, ma nessuno questo particolare lo ricordò più: lui era fiorentino, a un certo punto. Fiorentino e basta.

Adesso che l’exploit di Aquilani è sotto gli occhi di tutti, da rivalutare c’è poco. C’è piuttosto da dare enormi meriti a Vincenzo Montella, uno che fa davvero con ciò che ha in casa, e al suo gioco che permette anche un calciatore apparentemente involuto (insostenibile nel centrocampo a 4 di Del Neri, ma poco palpabile anche nel ruolo attuale quando vestiva la maglia del Milan visto che fu proprio Allegri a sistemarlo da mezzo sinistro di centrocampo) di sapere cosa fare. D’altronde i piedi ci sono sempre stati, la “cattiveria” meno, la concretezza ancora meno. Può quindi essere un punto di svolta definitivo, perché l’Aquilani di oggi è superiore al Montolivo di ieri, quello che faceva il capitano alla Fiorentina e che il paragone con Antognoni non è mai arrivato a poterlo sostenere.

Prandelli ne prende atto in vista del rush finale verso il mondiale brasiliano. E Prandelli uno come Montolivo lo conosce bene avendolo allenato proprio nei primi anni di Firenze, così come uno come Antognoni lo ricorda benissimo avendolo affrontato fiumi di volte da avversario. Con Totti invece si sono appena sfiorati, così come accadrà presumibilmente nell’estate 2014, quando rinunciò in extremis alla panchina della Roma. Quindi tocca ad Aquilani dimostrare, perché nel calcio c’è sempre da dimostrare, di essere un calciatore ritrovato. Diverso. Rinato là dove Antognoni trovò la spinta per essere uno dei mattatori del Mundial 1982 nonostante un duro tocco contro la Polonia (attenzione: anche il tema infortuni lega virtualmente Aquilani ad Antognoni) gli negò la finalissima del Bernabeu contro la Germania.

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