Il problema di chiamarti Ranocchia è che ti ci vuole un bacio per farti diventare principe. Ad Andrea però, la fortuna non ha mai appoggiato le labbra

Di quel bacio hanno bisogno tutti, anche chi è già naturalmente più nobile di un principe: Messi aveva bisogno di qualcuno che gli pagasse le medicine prima di vincere un numero “X” di Palloni d’Oro, a Ranocchia sarebbe bastato che il destino gli riservasse una logistica meno crudele. Andrea Ranocchia e l’Inter è una combinazione giusta al momento sbagliato, un talento fiorente arrivato all’ombra del Duomo in un periodo di siccità, quello post Triplete. Sbarcato nel calcio che conta grazie al Bari di Giampiero Ventura in cui prometteva futuro e rendeva nel presente accanto a Bonucci, Ranocchia è arrivato all’Inter quando la fioritura era già bella e finita. Il 2011 è il periodo più autunnale tra le ultime stagioni nerazzurre, quello in cui ci si è appena goduti l’estate e la paella dalle grandi orecchie a Madrid. E’ il periodo in cui la pancia è piena e serve un digestivo, non un giocatore arrivato appena agli antipasti della sua carriera. Le ragioni del fallimento di Ranocchia all’Inter non sono ricercabili però solo nel secondo scenario.

Nel corso della sua avventura nerazzurra, Ranocchia ha fatto errori da matita rossa, errori tecnici e di valutazione anche marchiani. Quelli che restano veramente sono la palla bucata al 93′ di una partita contro il Napoli in Coppa Italia e il mancato anticipo su Matri in un Inter-Juve 1-2. L’Inter comunque, intesa come calciatori, è un gruppo campanilizzato e dai ruoli già ben definiti, specie quella pre-thohiriana. Ranocchia, e lo dice anche il suo fisico, è uno che gioca d’anticipo e che deve scommettere su se stesso. È un calciatore emotivo, poco adatto alle pressioni. Per forgiare uno così serve che il suo habitat sia un luogo di certezze, dove è consentito sbagliare. L’Inter post Triplete certezze ne ha e ne ha avute poche ed errori, invece, troppi. Talmente tanti che ad un certo punto non si perdonano neanche ad uno appena arrivato, giovane e con un nome simile ad un vezzeggiativo. Proprio come Ranocchia.

Andrea, come detto, è uno che gioca sul tempismo, e se giochi d’anticipo non hai mezze misure: o ti fanno la standing ovation, o ti fischiano, soprattutto un pubblico prima donna com’è quello interista. Ranocchia non è un libero, non fa il compitino. Per far crescere e far fiorire uno così serve che gli venga data fiducia, tempo, responsabilità. Sbagliando, l’Inter è stata additata in passato come la squadra dei clan (argentino, brasiliano), ma nonostante l’errore, è vero che delle gerarchie ci sono sempre state. Questione di merito e di palmares. Lucio o Samuel perché avrebbero dovuto lasciare che Ranocchia si trovasse a suo agio? Che scalasse le gerarchie?

Non è una repulsione maligna verso il cambiamento, è solo che a chi c’era già, andava bene così. Verga scrisse una novella intitolata “Rosso Malpelo” in cui il protagonista, Malpelo appunto, era un ragazzo disagiato, costretto a lavorare in miniera per portare il pane a casa. Malpelo era già forgiato dalla durezza della vita e da chi era più grande di lui. Aveva un amico che guarda caso si chiamava Ranocchio a cui dava tante botte, lo picchiava duramente per insegnargli a stare al mondo. Ecco, Lucio e Samuel, purtroppo per lui, non hanno mai “picchiato” Ranocchia. Ha sbagliato senza che nessuno gli coprisse le spalle, senza un Malpelo.

Poi il tempo è passato, l’Inter è cambiata, ma lui è rimasto, mai senza scetticismo. Non per merito, ma per militanza (e per questioni contrattuali) gli è finita la fascia di capitano al braccio. Una fascia è già pesante di per sé, aggiungeteci che è la fascia dell’Inter, quella che l’anno prima era di Javier Zanetti. Un capitano dovrebbe guidare il popolo che ha al seguito, Ranocchia la sua squadra non l’ha saputa guidare, non era ancora forgiato per quella responsabilità. Adesso che il capitano non è più lui, il campo lo vede di rado. L’habitat accogliente in cui all’Inter non ha mai vissuto, adesso è la panchina del Meazza. Chissà, forse lo stare seduto troppo a lungo gli farà male. O forse la panchina è sua amica, è il suo Malpelo. Intanto resta solo il rimpianto per quello che sarebbe potuto essere e non è mai stato. Colpa della logistica, di un cognome leggero, una fascia pesante e nessuno che gli abbia spiegato come fare.

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