Finisce ufficialmente l’avventura con la Juventus di un fuoriclasse assoluto

Ha fatto bene la Juventus a salutare Andrea Pirlo proponendo la sottile distinzione tra Maestro e Professore. E’ intanto il modo migliore per suggerire che la sua lezione è inarrivabile. Non c’è quindi da andare a cercare eventuali eredi o discepoli in grado di proporre qualche similitudine, non è proprio il caso di sottoporre a esame sia Marchisio (che ha immediatamente dichiarato che può giocare nella stessa zona di campo, ma non gli si può chiedere di essere un altro Andrea), nè tantomeno Verratti in azzurro, dove peraltro fossimo in Conte non rinunceremmo certo al titolare del ruolo, che può garantire un altro Europeo di grande livello.

Andrea Pirlo è un grande classico ormai, uno di quei pochi giocatori che meritano questa definizione impegnativa per quanto è migliorato negli ultimi anni. Non stiamo parlando di gesti tecnici, che sono stati raffinati e spesso sublimi sin da quando era minorenne e presso i settori giovanili di tutta Italia già si parlava di lui come un sicuro campione. Non credo di poter essere tacciato di spirito di parte nel pensare che il miglior Pirlo sia stato quello visto a Torino. Ho ben presente lo stupore di alcuni commentatori di fede milanista circa l’atteggiamento proprio di noi juventini, che da subito abbiamo ritenuto che fosse arrivato un fuoriclasse in grado di cambiare la testa di tutti i compagni. Ci hanno anche accusato di provincialismo o di deriva psicologica, di una specie di atteggiamento di soggezione nato dai famosi due settimi posti per i quali avevamo bisogno semplicemente di uno che sapesse giocare a pallone per urlare al capolavoro.

Invece, credo che quella sensazione di sicurezza nata immediatamente al primo anno di Conte fosse molto figlia del magistero di Pirlo. Che strabiliava per gli assist innanzitutto, si guadagnava i titoli e le copertine per le giocate decisive, ma più in generale contribuiva a cambiare la natura della squadra attraverso una continua trasmissione di conoscenze calcistiche che permettevano a tutti un surplus di coraggio. Con il numero 21, in altri termini, ci si poteva anche dedicare ad assalti all’arma bianca o a moduli interpretati in modo iperoffensivo (il primo 4-2-4) perchè anche in fase di non possesso o di uscita dalla propria area di rigore la posizione di Andrea era tale da garantire immediatamente equilibrio, serenità e – progressivamente – consapevolezza della propria forza.

Del resto, la riprova di questa specificità del lavoro di Pirlo (che Adriano Bacconi con grande lungimiranza definisce la capacità di resilienza) si è avuta in Nazionale, in ogni fase culminante della recente storia. La luce va ovviamente ai grandi momenti, l’assist per Grosso con la Germania nel 2006 o il rigore a cucchiaio contro gli inglesi all’Europeo a ricordare che il calcio è anche un gioco dalle valenze psicologiche. Ma è proprio nei pochi lampi proposti dall’Italia nell’ultima gara del Mondiale 2010 o nel 2014 che si è visto l’indispensabilità e l’originalità del contributo di Pirlo, non a caso celebrato da tutti come un vincitore anche nel quadro di una colossale disfatta.

Da oggi in poi, tocca agli americani esercitarsi nel trovare paralleli extracalcistici per accostarli ad Andrea Pirlo. Urge un rapido giro al Moma di New York, è certamente lì – prima ancora che allo stadio che lo vedrà protagonista – che si possono trovare tracce della sua arte.

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