Louis Van Gaal da giocatore non è stato Johann Cruijff. Lo ha affrontato, già nelle giovanili da compagno e avversario, poi con l’Anversa, poi con l’AZ Alkmaar

Lo pedinava anche a uomo, concetto che stava perdendosi nel calcio olandese, anticipando tutto e tutti. Ma Louis Van Gaal è stato poi allenatore di quelli che segnano un’epoca, Johann Cruijff no. A segnare le due carriere, a fare da spartiacque, c’è stato il Milan. Prima da sfavorito che distrugge in finale di Coppa dei Campioni il Barcellona delle meraviglie (Romario, Stoichkov, Guardiola & compagnia catalana varia con in spalla 4 scudetti consecutivi e una miriade di titoli nazionali e internazionali), poi da favorito che perde la finalissima contro l’Ajax del giovanissimo Kluivert (che guarda caso oggi è l’assistente più apprezzato da Van Gaal). Insomma, due tecnici che si sono giocati molto nel giro di 12 mesi, con Fabio Capello, meno avanguardista e storicamente più realista, a fare il ruolo di sparring-partner.

Louis Van Gaal ha poi fatto bene anche a Barcellona, ironia della sorte, dove fu richiamato per una seconda volta dopo i due titoli spagnoli della prima gestione (1998 e 1999) e la Supercoppa Europea 1997. Ma per la critica resta l’uomo che ha creato riportato il calcio totale olandese a nuovi fasti, quindi più di Cruijff che ne ha sempre fatto una questione di idealismo, rendendolo davvero credibile a livello di club e a livello internazionale. Senza fossilizzarsi sull’assolutismo del 4-3-3, esportandolo nella difficile terra di Catalunia dove quel che dice Cruijff è il Vangelo (ancora oggi, anche nel dopo-Guardiola), quindi tornando a stravincere da outsider in patria con l’AZ Alkmaar ed esportandolo ancora anche in Germania in casa Bayern Monaco, squadra nella quale c’era da riportare la cultura del lavoro, un po’ di modernità internazionalista e far quadrare il gruppo di campioni e potenziali tali nella nuova scalata del calcio tedesco al gotha europeo. Quindi adesso tocca all’Inghilterra, con il Manchester United, situazione molto simile a quella bavarese.

Succede quindi che Van Gaal sta dentro i mondiali senza quasi che nessuno si ricordi con l’Olanda, con un quasi signor nessuno in panchina è in fondo vicecampione del mondo in carica. Incanta il gioco, ma incantano soprattutto i tanti nomi nuovi. E’ questo che rende ammaliante Van Gaal (!non ho sistemi di gioco, ho filosofie di gioco, poi a seconda degli uomini a disposizione creiamo un modulo piuttosto che un altro”), il fatto che pesca nell’apparente nulla, mette in discussione le gerarchie (tranne la sua, celebre il “tirate fuori le palle” al primo anno di Bayern mentre si tira giù le mutande davanti alla squadra), cuce e ricuce le tattiche. Scrive sui foglietti e non sono le marcature sui calci da fermo, come Mourinho. Sono ritocchi, evoluzioni quindi possibili di un mondo come il calcio che come la politica è l’arte del possibile anche per un sergente come Aloysius Paulus Maria (detto Louis) Van Gaal, nato sotto il segno del Leone nella culla calcistica di Amsterdam.

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