Thomas Gravesen, mediano danese protagonista in diversi campionati europei a cavallo tra gli anni Novanta e il Nuovo Millennio, non ha lasciato un segno indelebile.

Non lo troverete nei manuali, nelle raccolte celebrative, nelle top delle grandi manifestazioni e neppure nell’Almanacco dei 1.000 giocatori più forti di sempre. Ma Thomas Gravesen aveva un suo perché, dovuto probabilmente alla sua personalità “famelica”, alle sue origini.

Nato a Vejle l’11 marzo del 1976 rende già qualcosa fuori dagli schemi la propria carriera guidando con fervore, un po’ da battitore libero e un po’ da centrocampista davanti alla difesa, da operaio vero, la squadra della propria minuscola città al secondo posto nazionale: è qui che lo notano alcuni osservatori legati indirettamente all’Amburgo che decide di tesserarlo e quindi lanciarlo nel calcio che conta.

Tante storie nascono così, ma non tutte terminano (o comunque proseguono dopo l’addio all’attività agonistica) come quella del “buon” Gravesen, l’uomo del record assoluto di espulsioni in Premier League (13 in tutto, tutte ottenute con la maglia dell’Everton negli anni migliori della sua carriera, dove i tifosi lo amavano senza se e senza ma): infatti Gravesen oggi può far vanto di guadagnare più di quanto facesse da calciatore. Una storia diversa, quasi incredibile, perché per coloro che non lo ricordassero Gravesen ha vestito anche per due stagioni la maglia del Real Madrid, dove lo portò Arrigo Sacchi che all’epoca aveva le funzioni di direttore generale nella capitale spagnola e cercava in giro per l’Europa un buon uomo di equilibrio in mezzo al campo a coprire le spalle a quella squadra fatta al solito di tante stelle davanti.

Gravesen, appunto, guadagna oggi annualmente più di quanto lo pagò il Real (e già questa è una notizia). Fu infatti prelevato dall’Everton per meno di 4 milioni di euro con il contratto che andava in scadenza l’anno successivo, evitando così la legge” Bosman e il trasferimento a zero ai danni del club inglese. Guadagna anche più di quanto potesse immaginare anche solo da calciatore. Tutto quasi per caso. Cioè dopo l’addio dal Celtic e la disperata ricerca di una squadra ancora nel 2009, senza riscontri neppure a livelli medio-bassi. Quindi ecco la chiamata da Hollywood, c’è un film che ha bisogno di calciatori (Goal 2), il sì, il viaggio, la scoperta dell’America, Las Vegas. Qui si è insediato, ha azzeccato insieme alla moglie un paio di investimenti finanziari, settore immobiliare, ristorazione, gaming e servizi in genere. Una potenza, più ancora di quando correva come un mulo dietro al pallone, senza fermarsi mai. Un Gattuso senza la capacità tattica di un italiano. Ma con la freddezza e la mente aperta, adesso remunerativa, tipica del danese.

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