Carlos Tevez si riprende quella maglietta che sognava da una vita. La camiseta. Torna a casa propria

Immagino Carlitos Tevez passeggiare per Buenos Aires, per uno di quei quartieri dei quali ci ha fatto conoscere il nome con le proprie magliette. Lo immagino nella propria città. A casa. Dove sognava di tornare da un po’ di tempo ormai e al richiamo del campanile, si sa, non si può davvero resistere. Questione di storia, infanzia, vita. Motivi e legami trascendenti il calcio. Fuerte Apache, Paul Newman al cinema, la cicatrice, una sparatoria, poi il Boca. La squadra di Dio, come dice qualcuno. Tre anni in quella Buenos Aires, i primi gol, il pallone d’oro sudamericano, la Libertadores, poi l’Intercontinentale. I trofei, la maglia. Quella blu scuro con una fascia orizzontale gialla. Quella che in Sud America è leggenda, in Europa è fascino.

El pueblo. Il popolo. Il campione che dopo un viaggio lungo 9 anni iniziato nel 2006 da Newham, il distretto londinese nel quale gioca il West Ham, torna dal proprio popolo. Il legame di Tevez con l’Argentina e con il popolo argentino è da uno di quei film americani strappalacrime con un canestro vincente all’ultimo secondo. Amato come Diego. O quasi. Prospettive, passato e futuro. La stessa maglia. La diez del Boca, la numero 10. Quella di Maradona e Riquelme. Quella che Tevez non ha indossato e non indosserà nemmeno questa volta. Aveva la 9, avrà la 12, in onore del tifo e de La Bombonera. Uno dei motivi per i quali oggi è a Buenos Aires.

C’è una vecchia storia che non è ancora stata sdoganata del tutto. Parla di un calciatore, Iarley. Brasiliano, classe ’74, oggi nel suo paese natale gioca ancora a 41 anni. Giocò una stagione al Boca con Tevez. Era il 2003-2004, ci arrivò che aveva quasi 30 anni. Carlos Bianchi gli diede la numero dieci. Lui che non assomigliava nemmeno un po’ ad un numero 10. Attaccante veloce, a volte concreto, non un fenomeno. Poco funambolico. Non un numero 10. A lui il 10, a Tevez il 9. Poi un giorno negli spogliatoio de La Bombonera, dopo una partita di Libertadores vinta dal Boca, arrivò Diego Armando Maradona. Andò da Iarley, che stava per fare la doccia: gli chiese la maglietta. “In realtà è tua, Diego, io ce l’ho in prestito”, gli rispose il brasiliano. Un sorriso e null’altro. Iarley segnò un gol alla Maradona contro il River in una partita fondamentale per il campionato di Apertura, che vincerà il Boca. Un gol da numero dieci, perché quella maglia probabilmente racchiude qualcosa di magico.

Venne paragonato a Maradona poi a Pelè. Ma era un trentenne esploso tardi e senza un futuro luminoso davanti a sé. Diceva, però: “Non sono come Maradona, e nemmeno come Pelè, se devo dire a chi somiglio dico Tevez”. Un compagno di reparto. In Argentina, negli ultimi giorni, qualche giornale si è anche fatto prendere dalla suggestione di un ritorno al calcio giocato di Juan Roman Riquelme. Un altro grande numero 10 del Boca. Con Tevez sarebbe stata poesia. Un calciatore con i limiti e le sregolatezze che si addicono a quella maglia. Quella che fu di Maradona e che non sarà di Tevez. Per una mera questione numerica: ce l’ha già Lodeiro e rimarrà a lui. L’avrebbe meritata, Carlos. Sarebbe stata la ciliegina sulla torta, dopo averla vista addosso a Maradona e Riquelme. Questione di tradizione e storia. E Iarley, quello che “io sono come Tevez”. Bentornato a casa, diez.

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