Fiuto del gol unico e dotati di una corazza psicologica: la storia dei bomber di provincia più forti di sempre

“Segnare per una grande è più facile”. Non è sempre vero, a volte è vero il contrario. Negli ultimi cinquant’anni di pallone ce lo hanno dimostrato diversi giocatori, con differenti caratteristiche tecniche, accomunati tutti da un solo e unico comune denominatore: il gol. Sono tutti giocatori che a loro modo ce l’hanno fatta e che a loro modo hanno compiuto una scelta – volenti o nolenti – di devozione verso una maglia, una città, una tifoseria, un’abitudine. Sono giocatori bandiera, che hanno segnato decadi di campionati italiani a suon di doppie cifre, raggiungendo anche (perlomeno alcuni) la vetta della classifica cannonieri. Sono i bomber di provincia: difficilmente vittime di fragilità muscolari, dotati di fiuto del gol unico e di una corazza psicologica di chi lontano da casa e dalla “famiglia” non ci andrà mai, nemmeno per la chiamata, quella con la C maiuscola, quella della big. Forse per paura della pressione, o forse per nostalgia di quel dolce cullarsi tra le strade della città salutando a uno a uno i propri tifosi, fregiandosi intimamente di poterli chiamare per nome. Raccontarli tutti, i bomber che hanno calcato i campi di serie A facendo sognare grandi e piccini per intere domeniche pomeriggio, sarebbe impossibile, ma questa piccola selezione raccoglie alcuni dei più rappresentativi esemplari di questa tipologia di calciatore che oggi forse non esiste più. L’ultimo, al momento, sembra essere Totò Di Natale, che in attesa di un degno erede (Alberto Paloschi?) continua a segnare con la sua Udinese in virtù di quella promessa fatta al padre (raggiungere quota 205 gol, come il Divin Codino Baggio), agguantata lo scorso aprile contro l’Inter e superata a maggio contro il Verona.

Beppe Savoldi, gli anni ’70 e il gioco aereo

La miglior stagione di sempre la gioca a Bologna nel 1972/73. A Bologna ci tornerà dopo essere passato da Napoli, ma quell’anno in rossoblù segna 17 reti e vince la classifica cannonieri a pari merito con Gianni Rivera e Paolino Pulici. Le immagini dei suoi gol sono eloquenti: con il mancino incanta, dal dischetto non perde mai la concentrazione e in elevazione è imbattibile, perché con quei baffoni prende il volo. Napoli per lui fu piazza felice, nonostante le contestazioni per la cifra sborsata in un periodo di stagnazione economica del Paese (primo a sfondare il miliardo di lire), ma il ritorno nella “dotta, grassa, rossa” Bologna gli valse la fascia da capitano per un’ultima vera stagione in doppia cifra. Sulla squalifica e sull’ultimo anno in serie B con l’Atalanta si può anche soprassedere, in fondo a uno così gli si perdona tutto, o quasi…

https://www.youtube.com/watch?v=ewZFDmwaeSI

Palanca: i suoi piedi non sono tavole di legno…

La parola palanca ha diversi significati. Nel dialetto ligure ad esempio significa moneta. Poi si dice palanca per indicare una trave, o un asse di legno. Massimo Palanca, invece, è unico. Non ha eguali, né sinonimi, né altri significati. Per associazione di idee fa pensare al gol e al Catanzaro. Anche lui, come Savoldi, visse due vite calcistiche con la società che lo consacrò alla storia dei bomber di provincia. Anche lui lasciò per virare direzione Napoli. Anche lui era mancino. Un mancino fatato, un piedino d’oro, un antesignano del gol da calcio d’angolo, con buona pace di Alvaro Recoba. Tra i tanti va citato il nerazzurro perché Palanca ebbe un’altra analogia con i nerazzurri, ovvero il soprannome: Imperatore. Non come l’imponente Adriano, ma più limitatamente (ne siamo sicuri?), di provincia. Note: 331 presenze in giallorosso e 115 reti segnate. Miglior score nella classifica cannonieri 1980/81: secondo (13 reti) dietro a Pruzzo (18).

Ciuf ciuf, il trenino di Igor Protti a Bari

A guardarlo, con quel pizzetto curato, il physique du role, il capello riccio alle spalle, sembra di guardare uno dei tre moschettieri, ma lui infilza con la palla molto più che con la spada. Il titolo di capocanniere per lui è un paradosso da medaglia all’onore. Nella stagione 1995/96 a Bari segna 24 reti come Beppe Signori, che avrà come compagno di squadra in biancoceleste l’anno successivo. Il paradosso sta proprio in questo passaggio di maglia, perché nonostante le 24 reti il suo Bari retrocede. Se la storia insegna qualcosa, però, Protti alla Lazio non trova la quadratura del cerchio. Resta da capire se la vocazione del bomber di provincia sia una maledizione o una benedizione. Come recitava un famoso film: “Meglio re per una notte, che buffone tutta la vita”.

Sandro Tovalieri, il morso del Cobra

Stagione 1994/95: 31 presenze e 17 reti nel Bari, in coppia con Protti in un parco attaccanti che vedeva in Nicola Ventola un astro nascente che però rimase inespresso. Stagione 1996/97: 34 presenze tra Reggiana e Cagliari e 16 reti segnate. Soprannome: il Cobra. A differenza degli affezionati alla maglia, lui è affezionato alla provincia, indistintamente, qualunque essa sia: Atalanta, Reggiana, Cagliari, Sampdoria, Perugia, Ternana. Una trottola, in campo e fuori. Colpiva fulmineo dentro l’area di rigore, quasi all’improvviso, come il morso di un cobra. Nell’area piccola attaccante naturale per movenze e fiuto del gol, in un metro quadro di campo tutto suo; non importa l’eleganza del movimento, se fluido o dinoccolato, perché in quel metro quadro di campo vale tutto, purché la palla entri in rete (è lui il vero antenato di Pippo Inzaghi?). Segni particolari: fu compagno di squadra a Cagliari di un altro grande bomber di provincia quale Roberto Muzzi.

Dario Hubner, il bisonte buono

Nell’immaginario collettivo Dario Hubner esulta leggero con la maglia del Brescia. Leggero come le rondinelle emblema della società lombarda. Ma la stagione per cui vale davvero la pena ricordare il bisonte è quella di Piacenza nel 2001/02: capocannoniere della massima serie insieme a David Trezeguet, con 24 reti segnate a trentacinque anni suonati. Lui è l’emblema del bomber di provincia per fattezze, qualità, carattere, ma soprattutto per l’umiltà che lo contraddistingue e lo caratterizza. Un professionista serio, ma con quell’atteggiamento tipicamente paesano tutto concretezza e poche parole. Da interista si ritrova alla fine di quella grande stagione aggregato alla rosa del Milan per la preparazione estiva, ma tutto sfuma. Spenti i riflettori tatanka riprende da dove aveva lasciato, tornando a fare la cosa che meglio sa fare in assoluto: improvvisare un gol. Con semplicità, forse con poca raffinatezza, ma efficace e bruciante come un cicchetto buttato giù alla goccia.

Cristiano Lucarelli, a Livorno c’è il cuore

Che immagine, la sua con indosso la maglia amaranto, il braccio destro alzato, il numero 99 sulle spalle, la fascia di capitano gialla sull’altro braccio, un sorriso di profilo. Immagine degna di un mezzo busto da erigere in quel di Livorno dove Lucarelli nella stagione 2004/05 diede il meglio segnando 24 reti in 33 presenze. Devastante su calcio da fermo, come dimostrò fin dalla prima giornata di quella stagione siglando una doppietta contro il Milan (rigore e punizione) a San Siro. Curiosità: protagonista di due libri “Tenetevi il miliardo” e “Calciatori di sinistra”. Per giocare a Livorno rinunciò a una grossa cifra e semplicemente la definì: una spesa per me. Cos’altro si può aggiungere? Finché c’è amore c’è speranza.

Totò Di Natale, aspettando un degno erede

Savoldi, Palanca, Protti, Tovalieri, Hubner e Lucarelli. Dagli anni ’70 fino a Totò Di Natale, che racchiude molte caratteristiche di questi giocatori, incarnando al contempo il prototipo di calciatore moderno. Tecnico, numero dieci all’occorrenza, ma anomalo, mascherato da seconda punta, straordinariamente potente come centravanti, capace di destro, di sinistro, di tocchi sotto, di opportunismi, di sapersi prendere responsabilità tenendo per mano la squadra. Fedele alla maglia bianconera, sotto pressione per quella azzurra, gioia dei fantacalcisti, dato per finito ad ogni stagione, assegnato a una big in ogni sessione di mercato (con il clamoroso rifiuto in faccia alla Juventus nell’estate del 2010). Totò rappresenta tutte queste cose e anche qualcosa in più, perché per lui la doppia cifra è una questione naturale dal 2006 e ad oggi è difficile individuare un giocatore che possa raccoglierne l’eredità. Miglior stagione 2009/10, capocannoniere con 29 reti davanti a Diego Milito (22). Un tipo tranquillo, affezionato alla casa e alla famiglia. Un bomber di provincia come, purtroppo, ce ne sono sempre meno.

CONDIVIDI