La rilettura di Italia-Germania 4-3.

 

Fu una grande sfida, anche se alcune decisioni arbitrali furono a nostro sfavore. Nonostante la sconfitta, ancora tantissima gente nel mio Paese se deve scegliere quale partita vorrebbe rivedere dice: Italia-Germania 4-3. Un match epico, un evento eccezionale”. La dichiarazione di Berti Vogts, terzino della Germania Ovest per il quale l’appellativo di mastino suona da vezzeggiativo e attuale ct dell’Azerbaigian, può essere interpretata in tanti modi.

Scandalizzarsi perché ci stanno toccando un mito della storia azzurra e del calcio tout court, come attesta la targa dello stadio Azteca che la qualifica come “partita del secolo”. Oppure interrogarsi sull’identità tifosa dei tedeschi, che amano comunque l’epicità di una sfida perduta e sarebbe interessante verificare oggi con un sondaggio se il 7-1 al Brasile – così clamoroso, epocale ma anche troppo facile – avrebbe oggi la preminenza come gara da rivedere.

Quel che è certo è che tra le due posizioni non ci può esserne un’altra, quella dell’incredulità. Perché la versione tedesca della vicenda è da tempo incline a leggere nell’operato dell’arbitro uno degli elementi che ha determinato la sconfitta di Beckenbauer, Muller e via discorrendo. In Tor! The Story of Germany Football, pubblicato nel 2002, il pensiero era già stato elaborato molto chiaramente. E in Calcio di John Foot, testo pubblicato in Italia nel 2007, l’autore inglese scrive espressamente: “I falli erano frequenti e i giocatori azzurri fecero ricorso a sceneggiate per perdere tempo”, aggiungendo anche “il rifiuto dell’arbitro di concedere due chiari rigori alla Germania”.

Vuoi vedere che, in questo sterico clima di revisione moviolistica delle partite che ci sta avviluppando tutti, finiremo per richiamare i reduci di Mexico ’70 a rigiocare la partita del secolo nel nuovo secolo? Tanto finisce 4-3 lo stesso…

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