Il racconto di Giovanni Galeone, il profeta del calcio champagne che con le sue idee ed il suo gioco ha deliziato migliaia di tifosi a cavallo tra gli anni ottanta e novanta

Il mondo del calcio si è dimenticato troppo presto di Giovanni Galeone, i veri cultori del pallone ancora lo ricordano con il sorriso. Personaggio controverso e sopra le righe, Giovanni Galeone non è mai stato semplicemente un allenatore. Gran divoratore dei libri di Camus e Sartre, sia teorico che pratico, il calcio per lui è e sarà sempre sinonimo di divertimento e fantasia. A distanza di nove anni dall’ultima esperienza sulla panchina dell’Udinese, oggi il profeta del calcio champagne ama navigare nelle acque del Mediterraneo senza una reale meta, facendosi guidare dal vento e dalle emozioni, perché per uno spirito libero come lui il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare.

Una carriera iniziata giovane nel 1975 all’età di 34 anni sulle panchine di Pordenone e Adriese, l’anno immediatamente dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Resta fermo nella stagione successiva per frequentare il supercorso di Coverciano, sconta qualche esonero, approda dapprima nelle giovanili dell’Udinese per poi guidare la Spal dal 1983 al 1985. Al termine dell’avventura nella società ferrarese, ecco arrivare la svolta seduto con le sue Marlboro sulla panchina del Pescara. In una squadra costruita per la C1, ripescata poco prima dell’inizio e dell’ammissione al campionato cadetto, il maestro mette in mostra un calcio sfrontato e spettacolare che gli vale il primato e la promozione diretta nella massima serie.

Allenatore ed allo stesso tempo filosofo del pallone, imprevedibile ma con una sola idea ben chiara nella mente: il 4-3-3.

“ Il tridente è l’unico modulo che ha ragione di esistere, ti consente di scoprire nuovi orizzonti, di divertirsi e divertire”. Un sistema di gioco che rappresenterà per sempre il suo marchio di fabbrica e la sua idea di fare calcio, così come il gioco a zona. “Nel’ 86 solo due tecnici giocavano a zona: Arrigo Sacchi e Giovanni Galeone. Prima erano sempre due: Sacchi e Galeone. Tutti gli altri sono arrivati dopo. Anche Zeman”. Una rivalità, quella col tecnico boemo, che durò per anni dentro e fuori dal campo. Tante analogie tra i due allenatori: dalle parole spese sul doping al calcio offensivo, dalla parentesi felice di entrambi (seppur in epoche diverse) sulla panchina del Pescara al loro modo di essere, mai banale e quasi sempre fuori dal coro.

Nella squadra abruzzese si toglie parecchie soddisfazioni anche nell’anno della Serie A, stupendo e non poco gli addetti ai lavori e non solo. Centra la permanenza e ottiene vittorie esaltanti ed impreviste ai danni dell’Inter di Giovanni Trapattoni a San Siro per 2-0 e contro la Juventus col medesimo risultato allo Stadio Adriatico. La stagione successiva coincide però con la retrocessione ed il trasferimento al Como. Sarà solo un arrivederci. Nel 1990-1991 torna ad allenare la squadra in riva all’Adriatico portandola l’anno successivo alla promozione. Anche questa volta, nonostante il ritorno in Serie B al termine della stagione e l’esonero dopo 24 gare, alla guida del Pescara si rende celebre per piccole imprese compiute o quasi: vince a Roma per 1-0 alla prima giornata e alla seconda, dopo essere stati in vantaggio 4-2, perde 5-4 in casa contro il Milan.

E’ in questa stagione che Giovanni Galeone conosce ed allena Massimiliano Allegri, apprezzandone le qualità calcistiche ed umane.

“Ero allenatore del Pescara, la squadra era già fatta, ma la dirigenza ingaggiò questo ragazzo che sinceramente non conoscevo. Dopo tre giorni mi era tutto chiaro, era un gran calciatore sul prato verde e un ragazzo serio e rispettoso, arrivò in punta di piedi e dopo poco era già il leader dello spogliatoio. Insomma, un grande acquisto”. Ed ancora. “Abbiamo fatto parecchia strada insieme, sette anni come mio calciatore, due promozioni e tanti bei ricordi. Mi ha seguito in giro per l’Italia, e quando cambiavo squadra lui era sempre la mia prima scelta, sapevo di poter contare sulle sue doti tecniche ed umane. Non mi ha mai tradito, anzi”. Un rapporto di stima e fiducia reciproca, tanto che mister Galeone si avvarrà della collaborazione del tecnico livornese molti anni dopo sulla panchina friulana. Allegri da buon allievo ascolta ed impara. Più tattico e meno fantasioso del suo maestro, si lascia trasportare anche lui come il suo mentore dalle sensazioni del momento.

Subito dopo l’esonero, nell’aprile del 1993 il tecnico napoletano viene coinvolto in un’inchiesta giudiziaria partita da una sua telefonata con Miriam Label, la “maga” genovese, dalla quale nacque il caso relativo alle scommesse sull’ultima partita del campionato di Serie B 1991-1992 tra Taranto e Pescara. Nel 1994 subentra ad Adriano Fedele all’Udinese conducendo il club friulano ad una insperata Serie A. Nella stagione successiva Giovanni Galeone si consacra come uomo delle promozioni, assumendo la guida tecnica del Perugia, e conquistando la terza posizione della Serie cadetta. Tuttavia, a seguito di alcune divergenze col presidente Luciano Gaucci, nel dicembre del ’96 viene esonerato lasciando la squadra a metà classifica ed in buone acque.

Uomo delle promozioni ma anche dei subentri in corso d’opera. Giovanni Galeone sostituisce nel novembre del ’97 Carlo Mazzone sulla panchina del Napoli ma viene pochi mesi dopo esonerato senza che gli venga data la possibilità di mettere in pratica le proprie idee. Ritorna per la terza volta e poi quarta volta a Pescara tra alti e bassi, conferme e smentite. Dopo due stagioni senza allenare, nel gennaio del 2004 il profeta dell’Adriatico risponde alla chiamata dell’Ancona, seppur le chance di salvezza siano ridotte all’osso. Il tecnico friulano ed abruzzese d’adozione allo stesso tempo, non evita la retrocessione del club marchigiano e non viene dunque riconfermato. La chiusura della carriera da allenatore avviene come nei più bei film, con il completamento di un cerchio iniziato da calciatore con la maglia dell’Udinese e conclusosi nei panni di tecnico con la stessa squadra bianconera.

“Non riesco ad avere più un rapporto con i calciatori. Non li sopporto più. Ormai hanno un potere contrattuale spaventoso, che porta molti di loro a non avere più il rispetto dei ruoli”.

Rivoluzionario ed attento osservatore della vita, Giovanni Galeone ha ammesso a più riprese di non aver mai rubato le idee di nessuno ma di essere stato al contrario copiato. L’unico a cui ha estrapolato qualche concetto tattico è stato, per sua stessa ammissione, Nils Liedholm, il barone gentiluomo. Non uno qualunque. L’attacco a tre come vera e propria filosofia di vita ed il 4-4-2 come un “male” da curare.

“La negazione del gioco. Facile dare la palla all’ altro e dire: pensaci tu. E chi si assume la responsabilità di dribblare, tirare, rischiare i fischi? Io ai ragazzi ho sempre detto di prendere l’iniziativa: il 4-3-3 è fantasia e basta”.

Un profeta in riva all’Adriatico, invidioso di coloro che sanno e dell’intelligenza umana nel suo senso più ampio. Ma perché non è stato mai chiamato da un top club? In realtà Moratti lo chiamò due volte, Berlusconi aspetta ancora una sua telefonata per discutere un eventuale approdo in rossonero. Non è facile delineare un ritratto perfetto di Giovanni Galeone. E’ di sicuro più facile raccontarlo attraverso alcuni suoi virgolettati e quest’ultimo siamo sicuri che schiarirà meglio le idee a chi non lo ricorda od è troppo giovane per farlo.

“Quando ho potuto ho brindato con lo champagne. Altrimenti mi son sempre andati bene anche il prosecco o la spuma”.

Chapeau maestro.

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