Storia del sinistro di pietra dell’ex calciatore jugoslavo, poi serbo, poi allenatore del Milan: Mihajlovic arrivò in Italia come centrocampista dalla piccola Borovo

Quando si parla di Borovo, oggi che gli abitanti sono poco più di cinquemila, le prime due associazioni spontanee riguardano senza dubbio la fabbrica Bata e Sinisa Mihajlovic. Due istituzioni che hanno segnato la breve storia di questo luogo ormai parte integrante di Vukovar. Rare sono le persone del circondario che nell’epoca dei capelli non ancora brizzolati non avevano mai sentito parlare di Sinisa Mihajlovic, tuttora leggenda del calcio mondiale. Molti saranno anche orgogliosi di averlo conosciuto o di averlo soltanto visto scorrazzare per quelle strade che qualche anno più tardi avrebbero ospitato episodi tragici delle guerre jugoslave.

In un quartiere popolare come quello di Vukovar costruito introno ad un conglomerato di gomma e calzature, ai residenti veniva offerto qualsiasi tipo di assistenza. Da quella educativa a quella sportiva, con particolare interesse inevitabilmente rivolto al calcio di cui l’allora NK Borovo (oggi HNK Borovo, ma nato negli anni trenta come SK Bata per sponsorizzare l’omonima azienda) era massima espressione. Note erano le vicinanze del settore giovanile a Osijek, Vojvodina e Skopje, ovvero alcuni dei più rinomati club in Jugoslavia. E il pallone, dal canto suo, era un magnete per gran parte dei bambini del posto come Mihajlovic, che se non potevano giocare allo stadio principale perché perfettamente mantenuto e custodito, si riunivano senza problemi nel famoso Riju, parco giochi nei pressi dell’aeroporto ora invaso dalle erbacce e dal fallimento.

Eppure, Mihajlovic amava tirare calci ad una palla sin dalla tenera età. Quando il padre Bogdan lo teneva ancora per mano. Oppure amava seguire uno stesso programma accompagnato tutti i giorni dal fratello Drazen: alzarsi la mattina, posizionarsi davanti al cancello di casa e tirare calci di punizione fino alla nausea e alla stanchezza del fratellone, obbligato a stare in porta da un Sinisa mai domo. Di fronte al sole o sotto la pioggia, indistintamente.

A quel punto, il destino segue a rigor di logica. Per la prima squadra di Borovo il debutto avviene a meno di 16 anni come esterno sinistro (si, soltanto Boskov deciderà di porlo al centro della difesa della sua Sampdoria). In trasferta a Belisce, ad un’ora da Vukovar. L’unico gol della gara porta il nome di Mihajlovic, da calcio di punizione. Segno convincente che via Velebit 153 e Riju avevano cresciuto un talento calcistico straordinario, chiamato successivamente a vestire la maglia della prestigiosa Dinamo Zagabria come “ospite” per un tour giovanile in Germania. Forma alternativa per definire un provino che il diretto interessato avrebbe stravinto, perché in terra teutonica venne celebrato come migliore giocatore e capocannoniere del torneo. Ma al suo ritorno, l’allora tecnico dei Modri, Miroslav Blazevic, spinto dalle oppressive presenze di Mlinaric e Skoro sulla fascia sinistra, si oppose alla sottoscrizione del contratto, consigliandogli di continuare a farsi le ossa nella squadra del suo paese.

Ne approfittò quindi il Vojvodina, con il direttore Milorad Kosanovic testardo nei confronti della famiglia del giocatore che a sei mesi dal 1988 si trasferì a Novi Sad ricevendo una prima ricompensa in denaro. Prima di una lunga serie alimentata dai calci di punizione che nel corso della carriera hanno contraddistinto il profilo del “generale” serbo. Non fosse stato per le pallonate ricevute dal paziente Drazen, probabilmente non avremmo assistito ad un tiro cosi potente e preciso, a tal punto da essere oggetto di studio dell’Università di Belgrado. Un tiro che parte come un veicolo per l’esplorazione spaziale per poi scendere in maniera assurda verso la porta. Un tiro che non ha a che fare con le punizioni classiche di tiratori mancini notoriamente più viscerali. Un tiro tanto efficace da guadagnare da solo la qualificazione alla finale di Coppa dei Campioni del ’91 sotto le veci della Stella Rossa. Prima con una trasformazione dalla lunga distanza, poi con un cross teso dalla trequarti, al novantesimo, che un Augenthaler con la maglia del Bayern Monaco deviò nella propria porta. Permettendo di fatto la prima finale nella storia della squadra che condusse Mihajlovic alla consacrazione europea.

Ad oggi, siamo certi che nessun altro abbia segnato una tripletta da calcio piazzato (vedasi un Lazio-Sampdoria del 1998). E siamo certi che nessuno può tuttora eguagliare il record di Mihajlovic di 27 punizioni messe a segno in Serie A. Per la gioia di Drazen, Bogdan e Borovo, che in quel tiro hanno sempre creduto.

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