Marcel Desailly è stato grande tra i grandi, il più grande tra coloro che non suscitavano il clamore dei grandi esteti del calcio. Atene la vetta, Parigi la consacrazione ma i luoghi sono davvero tanti

Gli anni Novanta sono stati per certi versi la nuova esaltazione della fisicità nel calcio: a fare da traino, ovviamente, il gotha internazionale del momento rappresentato principalmente dalla Serie A, la quale duellava principalmente contro i colossi economici e ideali rappresentati dai due pensieri di calcio tipicamente spagnoli, ovvero Real Madrid e Barcellona. In pochi sarebbero pronti ad ammetterlo, anche a posteriori, ma quelli sono stati gli anni di Marcel Desailly, dei Marcel Desailly, quelli soprattutto nel quinquennio che va il 1993 e il 1998. Praticamente agli antipodi rispetto a un Roberto Baggio, talento e pennellate, Desailly era il tipico calciatore di sostanza che faceva dell’efficenza e dell’efficacia il proprio motore: per contenerlo si doveva lavorare di reparto, e solo a tratti la Juventus di Lippi fu capace di arginarlo. Roccioso dietro, dominatore in mezzo al campo, tecnico il giusto e cattivo il giusto, Desailly può vantare cose che anche grandi campioni possono invidiare: 2 Coppe dei Campioni consecutive tra Marsiglia e Milan, di cui la seconda immagine della distruzione del mito catalano-olandese della lunga ondata del pensiero cruijffiano (che solo in parte Guardiola a distanza di oltre 10 anni è stato realmente in grado di recuperare) finale nella quale gli occhi erano tutti per le magie di Dejan Savicevic quando Desailly la vinse praticamente da solo.

Come non ricordare la nemesi catalana, che alla vigilia annunciò senza consapevolezza la differenza che in quel momento c’era tra un Romario o uno Stoichkov e un trattore a tutto campo come il francese figlio di diplomatici che si innamorò del calcio senza la fame dei soldi. Poi un campionato del mondo (1998), un Europeo (2000), 2 Confederations Cup, anche qui messo nell’angolo perché i grandi nomi della Francia erano altri. Quelli che “piacevano”, gli Zidane, i Djorkaeff, i Laurent Blanc, ma non quelli che sbranavano gli avversari. Ovvero Desailly più ancora che un Deschamps compagno di sempre e avversario soltanto nelle diatribe interne italiane del decennio segnato dal dualismo Juve-Milan con il Parma protagonista dolce ma sempre a debita distanza. Desailly è stato un mostro. Lo dimostra la tripla cifra di gettoni di presenza in ben 4 delle 5 esperienze sportive da calciatore: Nantes, Milan, Chelsea e nazionale transalpina. A Marsiglia solo due anni, utili il giusto per vincere tutto quando si è ancora giovani e gli anni della maturità totale devono ancora venire. Desailly dunque era e sarà la roccia del calcio moderno, distruttrice degli Dei così ad Atene come a Parigi contro il Brasile che non era soltanto il Ronaldo il Fenomeno . Anzi. Eppure lui stava in mezzo, a disfare il pensiero avversario, a frantumarne la superiorità: il gol della finale di Champions League 1994 deve essere recuperato, perché l’avesse segnato il molleggiato Rijkaard o il bellissimo Bergkamp starebbe anche in tutte le sigle televisive. Era bruto, Desailly. Sì, bruto e goffo. Ricordando così che il calcio non è solo quello dei titoli regalati a chi danza sul campo: senza ritmo e passione sarebbe anche oggi un altro sport.

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