9 reti nelle prime due partite. A Italia ’90 la Germania si presenta così. E non ce n’è per nessuno

La storia è piena di squadre partite al Mondiale zoppicando e finite correndo (vedi l’Italia 1982). Ma quando si vede una nazionale travolgere tutto e tutti subito, è chiaro che l’impressione non può che essere favorevole. La Germania del 1990 è un esempi emblematico in tal senso. Gioca a Milano dove il pubblico di fede interista la sostiene. L’esordio con la Jugoslavia la vede vincere 4-1. Il primo timbro di Matthaeus è emblematico della fretta della squadra di Beckenbauer nel voler lanciare un chiaro messaggio: aggancio spalle alla porta fuori area, Lothar si gira e di sinistro tira forte sul secondo palo. Un gol sbrigativo, di pura determinazione, che dà il via ai 3 successivi: Klinsmann in tuffo di testa; ancora Matthaeus con un’azione personale impetuosa che nasce dalla propria metà campo e arriva alla conclusione rasoterra da fuori area; infine, tap-in di Voeller che approfitta del rimbambimento del portiere Ivkovic. Pochi giorni e gli Emirati Arabi ne prendono 5. Come già era successo nella prima gara, la Germania ci mette un po’ ad aggiustare la mira. Passata la prima mezzora, la gara diventa un tiro al bersaglio. Voeller apre e chiude la goleada con la consueta capacità di bruciare sul tempo i difensori. Klinsmann colpisce di testa, bravo a farsi trovare libero e a indirizzare il pallone nell’angolino. Matthaeus aggiunge il suo marchio con una botta al volo che gli varrà qualche ulteriore voto nella classifica del Pallone d’Oro che vincerà. Infine, Bein si mette in luce trovando l’incrocio dalla distanza.

Fatte queste premesse, e prescindendo per un attimo dal valore dell’avversario e dalle tipiche difficoltà di una finale, è legittimo chiedersi come sia potuto accadere che Germania-Argentina, ultimo atto di Italia ’90, siano stati 90 minuti poverissimi di occasioni e ci sia voluto un rigore neanche troppo limpido per potersi laureare campioni del mondo…

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