Valerij Lobanovsky era un soldato dell’esercito sovietico, presunto colonnello, perché nell’URSS lo sport agonistico passava dall’apparato militare. Non c’era scampo. Vista dal lato dell’atleta, era tutto normale

Lobanovsky era anche un anticonformista, anche polemista da giocatore, al punto da lasciare la Dinamo della sua amata e nativa Kiev proprio perché in aperta contestazione (pur essendone la bandiera) con il suo allenatore. Andò dunque a chiudere la carriera allo Shakhtar, che era una nullità rispetto ai fasti recenti, appiglio comunque per restare nella regione Ucraina, là dove avrebbe costruito il calcio scientifico che oggi è sulla bocca di tutti. Ovvero un calcio organizzato nelle giocate, memorizzato nei movimenti e quindi “anticipato” nel giocare il pallone nel vuoto.

Quella che ora pare una normalità era un’anteprima assoluta. Fu il concetto che permise alla Dinamo Kiev, negli albori della sua eccezionale carriera di allenatore totale, di vincere subito una Coppa delle Coppe perdendo una sola gara in tutta la competizione nel ritorno dei quarti di finale contro gli olandesi del PSV (2-1 ma fu 0-3 all’andata). Iniziò lì la storia, quasi totalitaria nel campionato sovietico, con la stravagante quanto efficace idea di sfruttare l’intero blocco autoctono anche per la nazionale (con la quale giocò da commissario tecnico due mondiali e un campionato europeo) di un paese sterminato ma allo stesso tempo con una percentuale di praticanti tra le più basse al mondo. E non era una questione di campanilismo geografico, quanto di applicazione. Era il “sistema” ad elevare il calciatore, anche il più dotato, e Sacchi ancora sulle cartine geografiche della Serie A non esisteva ancora.

Il calciatore, secondo Lobanovsky, andava però selezionato: criteri tecnici (lui che fu un attaccante, anche ala, dalla rapidità d’esecuzione invidiabile e soprattutto dall’uno contro uno di assoluta qualità) più criteri atletici (lavorato con i concetti dell’atletica leggera) più ancora doti innate di carattere psicologico. Psicologico nel senso che venivano misurati tempi di reazione, istinto, velocità di ragionamento. A questo fine in pochi sanno che Lobanovsky metteva alla prova gli eventuali candidati ad entrar parte del suo gruppo di lavoro in prima persona, di fronte a macchinari che parevano antenati dei primi giochi elettronici, controllando le misurazioni e la concentrazione del potenziale uomo da inserire in rosa. Accadde a Shevchenko al momento dell’ultimo provino per aggregarsi alla prima squadra di un club che era ormai stabilmente da anni nelle massime competizioni europee e a Aleinikov quando finì poi per essere l’unico bielorusso, e a tratti anche l’unico non ucraino, a giocare la storica maglia della CCCP negli anni d’oro (o meglio d’argento, parola di Van Basten, correva l’anno 1988). “E se Shevchenko fosse stato più lento del dovuto con il suo joystick?” domandò un giorno un celebre freelance olandese. Risposta di Lobanovsky: “Allora non sarebbe stato Shevchenko.

L’asso ucraino che abbiamo potuto ammirare in Italia con la maglia del Milan ha vinto un Pallone d’Oro, riconoscimento che egli stesso riconduce agli insegnamenti del tecnico-colonnello Lobanovsky con la faccia d’orso. Prima di lui e direttamente vestendo la maglia della Dinamo Kiev, accadde agli altrettanto celebri Oleg Blokhin e Igor Belanov. Palloni d’Oro creati in laboratorio, semplificando. Perché dietro il calcio, la tattica e gli allenamenti di Lobanovsky c’erano parecchie idee: palle verticali sulla corsa, forza aerobica che aiutava gli scambi di posizione soprattutto a centrocampo, una squadra senza punti di riferimento stabili in fase di costruzione di gioco. Nulla però doveva essere lasciato al caso, perché, citando ancora l’Uomo di Kiev, “chi sul campo inventa qualcosa mi dà fastidio a meno che non metta in difficoltà gli avversari”. Una variante che permise anche a gente come Protassov, Zavarov e Mihajlichenko di diventare stelle luminose che si accendevano però soltanto in quel determinato contesto. Dietro c’era però un fattore anche di distanza culturale che soltanto la caduta del Muro di Berlino avrebbe reso meno palpabile a distanza di almeno due generazioni di calciatori.

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