60 presenze in Nazionale maggiore, simbolo di vittorie nella Juve e nel Parma, ma anche oggetto della discordia: Dino Baggio doveva essere il Rijkaard italiano

Dino Baggio deve dire grazie al Torino, che lo pescò dai dilettanti veneti del Tombolo a 13 anni, proiettandolo poi nel calcio che conta. In pochi poi ricordano che fu il vero calciatore che riaprì dopo tanti anni il discorso trattative tra i granata e la Juventus: 10 miliardi di lire e la Vecchia Signora se lo aggiudica, quando ancora Moggi lavora per il Torino, lo stesso direttore che poi mise in piedi anche (dalla sponda opposta) le operazioni Pessotto, Fusi e Jarni.

Oggi ci sono Angelo Ogbonna da una parte e Fabio Quagliarella dall’altra. Ma Dino Baggio fu un’altra cosa, prestato a 20 anni per una stagione all’Inter proprio dai bianconeri, giocatore che esplose subito e che tenne un ottimo livello di rendimento fino al 2002 quando ebbe la sua ultima stagione rilevante con la maglia della Lazio. Per lui lo scomodo compito di oscurare il collega Roberto nella finale UEFA del 1993 vinta dalla Juventus grazie anche alla sua strepitosa doppietta nel match di ritorno. E tutti a dire e scrivere: eccolo, il nuovo Rijkaard. E’ italiano. In effetti aveva le due fasi (anche se in due anni di Serie A con la Juve segnò soltanto 1 rete in 44 presenze, poi 19 in 6 anni a Parma dove fu perno centrale anche della gestione Ancelotti contro gli acerrimi rivali bianconeri guidati da Marcello Lippi), calciatore dotato di fisico e buon tocco geometrico, un ottimo destro dalla distanza e grande saltatore anche in fase difensiva. Di Rijkaard non aveva il passo e il senso del gioco, era nato difensore e con la testa lì rimase: Dino Baggio è ricordato come incontrista, non come centrocampista totale, per quanto rappresentasse la versione finalmente moderna dei centrocampisti italiani vecchia maniera, tutta corsa e tackle scivolati.

Il suo spartiacque, né nel bene né nel male, fu il Mondiale americano del 1994: proprio durante la spedizione in terra USA agli ordini di Arrigo Sacchi, la Juventus opera la grande rivoluzione verso il calcio dei 3 punti. Via lui, ceduto appunto ai Tanzi, e dentro il portoghese Paulo Sousa: era un modo per ragionare calcio in modo diverso. Meno atletismo e più cervello, per quanto Moggi si premurò anche di ingaggiare Deschamps dal Marsiglia. Eppure quel Mondiale è anche il mondiale di Dino Baggio, spalla perpetua di Demetrio Albertini e anche autore di gol fondamentali contro la Norvegia nel girone di qualificazione e contro la Spagna nei quarti. Il vero Baggio però fa troppo anche in quella circostanza, Roberto ha classe, Dino non può che lavorare nell’ombra. E poi viene sconfitto ancora, proprio dal 1994/95 in poi, quando pur nel Parma più forte di tutti i tempi si deve piegare al grande dualismo Juve-Milan. Blackburn, Triestina e Ancona a fine carriera segnano il suo umile destino. Umile al punto da non riuscire neppure a restare nel giro del calcio: giusto una mano per un anno o due alle giovanili del Padova e poi via dalla grande scena. In questo, molto simile al Divin Codino. Con o contro il quale ha condiviso gli anni migliori, dentro il calcio in cui la Serie A comandava in Europa e nel mondo. E con cui ha anche condiviso un certo modo di intrattenere pessimi rapporti con quella Juventus con cui è riuscito a toccare il cielo.

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