Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar (Martelli), Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Allenatore: l’inglese Leslie Lievesley. Direttore tecnico: l’ungherese Egri Erbstein

Era questo il gruppo a cui avrebbe potuto aggiungersi Alfredo Di Stefano, la Saeta Rubia, “il più forte calciatore del calcio non moderno”, fino a Pelé e poi a Crujiff e alle rivoluzioni mediatiche e sociali, oltre che tecnico-tattiche, che hanno abbracciato nel tempo lo sport più amato del mondo.

Avreste potuto immaginarlo, raccontato oggi? Senza l’immane tragedia di una squadra entrata nel mito per le vittorie, ottenute con la Seconda Guerra Mondiale nel mezzo, prima che per ciò che per cui è ricordato e commemorato oggi quel Grande Torino. Vittorie in serie, vittorie della stoffa, dell’unità, del talento e della fatica. Vittorie anche esuberanti (sì, il Grande Torino si prendeva anche gioco dell’avversario quando poteva, soprattutto al Filadelfia, questo era il folklore quando non esisteva ancora il gusto per la polemica e il falso moralismo del fair-play). Ecco, avreste potuto immaginare che una delle squadre più forti di sempre, commisurata alla propria epoca, avrebbe potuto essere senza mezzi termini ancora oggi invece la squadra da battere per tutti? Il riferimento di un movimento, dopo oltre 50 anni?

Già, Alfredo Di Stefano ne avrebbe vinti almeno altri 5 di fila di scudetti. Per un totale di dieci. Dominando anche in Europa, cosa che già faceva quando il Grande Torino andava in scena nelle tante chiamate internazionali (amichevoli di lusso, inaugurazioni varie, kermesse ecc.). Avrebbe vinto di tutto e di più con il motore di Di Stefano, con il suo senso del gol, la capacità di fare reparto sentendosi comunque parte di una squadra. Perché il 3 maggio 1949 La Stampa scriveva del forte interessamento per quel calciatore 23enne del “Rio Plata” (leggasi River Plate) di nome Alfredo Di Stefano, di un’imminente offerta, e non c’era neppure il Real Madrid tra i piedi. E comunque le Merengues non erano ancora la leggenda che sarebbero stati (grazie appunto a Di Stefano che ci andrà 3 anni più tardi).

Finì tutto 24 ore dopo, il 4 maggio del 1949. I giornali avrebbero speso per settimane e settimane fiumi di inchiostro per la cronaca. Cronaca nera. Cronaca drammaticamente granata. E per la cronaca Di Stefano passò ai Milionarios di Bogotà (erano gli anni d’oro in Sudamerica per il calcio colombiano che dominava in lungo e in largo) dove realizzò qualcosa come 89 gol in 102 partite. Intesi?

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