L’uruguaiano, che è stato per due anni (2001 – 2003) il giocatore più pagato al mondo, lascia il calcio: quel che poteva essere e non è stato del Chino Recoba

Alvaro Recoba annuncia il proprio addio al calcio chiudendo tutto sommato nella maniera che aveva sempre desiderato, ovvero rivestendo ancora una volta le maglie del Danubio e del Nacional a fine carriera dopo averle vestite prima del trampolino per l’Europa costato 11 miliardi di lire al presidente dell’Inter Massimo Moratti. Cosa c’è stato in mezzo? Una carriera di medio profilo, normalizzata e andata scemando già dai 27 anni in avanti e decollata giusto per un anno e mezzo. E sempre a sprazzi. Peccato, perché proprio il fatto che Recoba fosse un incredibile talento votato alle giocate a sprazzi faceva pensare anche a una carriera longeva. Dove esattamente si sia perso non è chiaro, se da trequartista con Lippi o per quella voglia di combinare sempre qualcosa che fosse a effetto.

Con l’Inter e con Moratti fu certo amore a prima vista. Follie per quel folletto uruguagio che non se ne vedevano dai tempi di Schiaffino. Poteva combinare di tutto con il pallone (soprattutto da fermo). Un compagno nerazzurro al primo anno a Milano ricorda: “A fine allenamento facevamo a gara per colpire la traversa da centrocampo. Partecipava anche Ronaldo, che in media la centrava una volta su due. Alvaro era fuori categoria, pazzesco, nove su dieci, sempre. Incredibile. Lui poteva essere l’altro vero fenomeno…”. E, appunto, così non è stato.

Eppure incominciò così, in Serie A: doppietta al Brescia subentrando a Maurizio Ganz, poi suo compagno nel miracolo di Venezia dove in 5 mesi alla corte di Zamparini, il Chino rivoluzionò la classifica fino alla salvezza. Prima Hubner, poi tanta fatica con Simoni in panchina che predicava il lancio lungo. Due rasoiate (con palla ferma, di cui una su punizione) ed il primo capolavoro è servito. Arriveranno poi soltanto quello di Empoli (gol a Roccati nello stesso 1997/98 da oltre 50 metri con fendente che non si può neppure definire pallonetto) e lo spaccato di Venezia che comunque è Venezia e non il grande scenario. Anche lì con Maurizio Ganz (e Pippo Maniero) che evidentemente gli portava bene.

Insomma, si è visto tanto ma probabilmente pensando bene a Recoba non si è visto niente. Soprattutto ai livelli degli dei e nelle partita che valgono il Paradiso. Qualcuno ci aveva visto il nuovo Cristo del calcio, sbagliando perché era impensabile che il talento si potesse auto-limitare. Recoba invece ne è stata la prova vivente. Goodbye, e grazie comunque.

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