Brasile 2014: sarà finalmente la volta di un’africana in semifinale? Il Ghana ha un girone di ferro con Germania e Portogallo. Ma la lezione dell’ultimo Mondiale può essere decisiva per riuscire nell’impresa

E’ dal 1990, dal miracolo Camerun che raggiunse i quarti con un gioco coraggioso ai confini della follia, che si attende una nazionale africana alle semifinali del Mondiale. Un obiettivo sfiorato dal Senegal nel 2002 e letteralmente  buttato via dal Ghana  nel 2010, quando ha perso ai rigori il quarto con l’Uruguay con il capolavoro assoluto tra i suicidi tattici: riuscire a buttare al vento un tiro dal dischetto all’ultimo istante dei tempi supplementari (fosse stata una squadra sudamericana, la letteratura oggi avrebbe sicuramente un capolavoro che racconta una vicenda così atroce).

Ma più che esercitarsi sul rimanere freddi davanti al portiere, i ghanesi dovrebbero riguardarsi la gara con l’Australia di 4 anni fa. E’ lì che si è manifestato il vero virus che li affligge: l’insistenza individuale. Che è anche la loro forza, a ben vedere, e perciò tradisce perché non puoi non crederci, non ci si divora l’anima in un amen.

In quella partita, seconda prova del Mondiale terminata con un 1-1 maturato già nel primo tempo, il Ghana gioca più di un tempo in superiorità numerica. E invece di far valere questa opportunità, offre un saggio di egoismo esasperante. Tira molto, il Ghana, ma lo fa sempre da lontano e finisce per perdere di lucidità perché si affida a iniziative tutte individuali.

Il vizio originario è il vitalismo contagioso originato in occasione del gol del pareggio, quando Asamoah difende un pallone sulla fascia con una tale energia da determinare poi il rigore sullo sviluppo dell’azione (mani di Kewll in area di rigore e strepitoso commento di Nava un tv: “Capello si arrabbiava quando salvavo sulla linea perché voleva dire che ero nella posizione sbagliata…”). La performance del futuro juventino è molto più energica di quella che in questo campionato gli è riuscita a San Siro contro l’Inter, determinando il gol di Vidal con un assist risolutivo. Ed è un exploit che finisce per convincere i suoi compagni che la sfida uno contro uno sia la soluzione migliore, che metterla sulla forza è la ricetta giusta, che l’entusiasmo farà la differenza. E invece il Ghana finisce per smarrirsi, non impara a gestire l’istinto, vive di un calcio puramente emotivo che sfianca per l’alto tasso di frustrazione che genera (ogni dribbling perduto sa di condanna per avere scelto una strada sbagliata) ed anche per il fiato che si perde. Ne esce fuori una partita adrenalinica, contraria alla norma degli incontri 11 contro 10, spesso esercizi di razionalità estrema per far valere quella condizione di privilegio. Ed il paradosso è che ad avere le migliori occasioni sono gli australiani.

E’ in questo mancato “controllo cardiaco” che Asamoah e compagni iniziano a perdere un Mondiale che avrebbero anche potuto far entrare nella storia di un continente. Non si può cambiare natura, evidentemente.

Germania, Portogallo e USA saranno gli avversari in Brasile. Sarebbe incredibile che il Ghana li fregasse con glaciale cinismo per averlo imparato contro l’Australia in Sudafrica. Detta così sembra quasi una barzelletta global. Ma se vogliono restare fino in fondo se stessi, è comprensibile. Perché divertono e si divertono. Rinuncino solo a una minima parte di stessi. Si dedichino con due o tre giri di possesso palla in più. Facciano una corsa in meno. Imparino almeno a fingere di essere calmi, se non ci riescono. E allora sì che spaventeranno i Grandi del Mondo.

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