Prima di Arrigo Sacchi per il grande Franco Baresi era sempre una questione di ruolo, ma il grande giornalista ci vide lungo

Gianni Brera ci lascia nel dicembre del 1992, Franco Baresi calcia alto l’ultimo rigore della finalissima dei mondiali americani nel 1994. Avrebbe pianto anche il giornalista più influente della storia del calcio italiano. Baresi lì, sul dischetto che non è il suo mestiere, per tenere in vita un nuovo sogno dopo il 1982 e ben prima del 2006, avrebbe potuto trasformare in apoteosi la lungimiranza con la quale aveva sempre etichettato il giovane Franz italiano.

Brera che non lesinava “bastonate” a Gianni Rivera vedeva nel giovane Baresi il futuro simbolo della Nazionale (in anni in cui l’azzurro era l’orgoglio di tutti). Elegante, efficace, con una certa personalità (visto che esprime senza reticenze il suo parere sfavorevole a un impiego a centrocampo). Nel brano si parla del Baresi mediano “per la vivacizzazione del gioco” in un periodo in cui a centrocampo erano solo botte e poco movimento senza palla. Era inconsapevole, Brera. Ma anche lungimirante.

Fu peccaminosa l’Inter a preferirgli i polmoni del fratello Beppe pur vedendo la pura classe del “Piscinìn”. Fu poi Sacchi dunque a tradurre sul campo il pensiero di cui sopra: per fare fuorigioco, comandare un reparto, imporre la cosiddetta linea, avere il senso e i tempi di gioco, ci voleva Franco Baresi. Ovviamente in difesa. La forza del giocatore, entrato nell’Olimpo dei più forti (e rivoluzionari) di sempre è stata proprio questa: varcare almeno tre epoche di calcio sempre da protagonista. In crescendo, per di più. Agli albori si parlava di “terzino libero” e di “terzino d’area”, a seconda se i compiti fossero più o meno offensivi (ma comunque molto diversi da quelli del fluidificante moderno).

Baresi c’era. Era il più bravo. Stupiva perché in campo brillava per la testa e per le ossa. Che poi Brera pensasse a lui (e all’interista Bini, poi anche lui battitore libero tradizionale) come a un mediano di propulsione e che invece Baresi sia nella storia come centrale difensivo è un dettaglio minimo. La difesa a quattro, la zona integrale, il pressing e le ripartenze il giornalista le ha intraviste negli ultimi anni di vita. Quando il passaggio verso il calcio del terzo millennio era ancora da compiere. Grazie, anche e soprattutto, al lascito di Franco Baresi.

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