“Evaristo non lo ferma neanche Cristo”. Lo striscione che abbracciava San Siro nello zenit della carriera di Evaristo Beccalossi diceva molto della fede nerazzurra che veniva ormai ciecamente riposta in lui.

Doppietta nel derby 1979/80, 2-0, poi il tanto agognato scudetto. Il cielo con un dito, anzi, con cinque dita, quelle del piede vellutato di questo talento bresciano che a conti fatti avrebbe poi pagato il basso profilo in campo e l’alto profilo delle avventure fuori campo.

Beccalossi è e resterà comunque a lungo ricordato come uno dei “voglio ma non posso” più clamorosi della storia del calcio italiano, il calcio anni ’80, quello che a casa erano radioline, Subbuteo, figurine e Novantesimo Minuto. Dopo, di analogo, ci sarà soltanto più il caso di Roberto Mancini, che qualcosa in Nazionale ha rimediato (poco, all’ombra di Roberto Baggio e del proprio ego), con la differenza che 10 anni più tardi riciclarsi nel calcio per gli ex giocatori sarebbe stato molto più semplice.

E poi Mancini era un furbo (e in campo più attaccante, oltre che più longevo), Beccalossi un buono. Quasi un bonaccione. Refrattario alla pressione. Al punto che non a caso il suo meglio lo dette al Mundialito per Club brasiliano del 1980 dove incantò letteralmente i giornalisti locali abituati a giudicare in base a movenze, tocchi, doti di palleggio. Forse la sua forza (il talento) è stata alla lunga schiacciata dalla compresenza vincente prima e deleteria poi di un amicone più ammiccante al pubblico come Alessandro Altobelli (che sarà tra i campioni del mondo di Spagna 1982) e poi dall’arrivo di Hansi Muller, come se fosse più bravo di lui: il tedesco era calciatore più moderno, spocchioso al punto di essere la nemesi di Beccalossi, l’inizio della sua fine.

Una fine passata poi da Monza, Barletta, Pordenone e la quarta serie. Perché è difficile accettare la fine quando eri il migliore (vinse il campionato Primavera con la maglia del Brescia quando le Rondinelle stavano in Serie B) eppure non hai mai giocato neppure una partita con la maglia azzurra. Una beffa, nonostante anche la semifinale raggiunta in Coppa dei Campioni. Forse Beccalossi semplicemente non sapeva farsi amare, in un tempo ancora in cui anche la stampa stava ancora ad aspettare a Milano i nuovi Mazzola e Rivera.

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