A 20 anni in patria viene già paragonato a Garrincha. Arriva in Europa a 27 anni e vince lo scudetto con il Deportivo. La storia di Djalminha artefice del mito del Super Depor

Se si potesse stilare una classifica dei primi dieci artisti del pallone che non hanno sfruttato a pieno il proprio talento per via di un carattere irrequieto e al di fuori dagli schemi, sicuramente in questa speciale graduatoria non potrebbe mancare Djalma Feitosa Dias, noto ai più come “Djalminha”. Non ha mai giocato in Italia, ma la sua fama è ben nota ai nostalgici amanti del calcio internazionale anni 90. Il più brasiliano dei brasiliani, calcisticamente parlando, compie oggi 45 anni. Si tratta sicuramente di uno dei maggiori esponenti del “futebol bailado” in salsa verdeoro, capace di numeri fuori dal comune sul rettangolo verde ma anche di proverbiali polemiche che hanno lasciato il segno e che ne hanno condizionato la carriera.

Carriera che ha visto l’apice sicuramente tra il 1997 e il 2004, gli anni in cui Djalminha ha espresso al massimo la sua classe con la maglia del Deportivo la Coruna, in Spagna. Alterne le sue fortune in patria e con la Selecao con la quale fu protagonista soltanto nella Copa America del 1997. Figlio d’arte (il padre, Djalma Dias fu un discreto difensore) Djalminha respira calcio fin da bambino crescendo nelle giovanili del Vasco da Gama, ma è nel Flamengo che mette in mostra tutto il suo talento disputando quattro stagioni ad altissimo livello tra il 1989 e il 1993, prima di cambiare aria in seguito ad un litigio con un compagno di squadra, iniziando a mettere in mostra il suo carattere bizzoso che ne precluderà le convocazioni alla Copa America e al Mondiale ‘94.

Brevilineo, dotato di un sinistro al fulmicotone, capace sia di segnare che di mandare in rete un compagno, a 20 anni in patria viene già paragonato a Garrincha. Non avrà la stessa carriera dell’ “Uccellino” Campione del Mondo nel  ‘58 e nel ’62 ma come tecnica individuale non ha niente da invidiare a nessuno. Dopo una singolare esperienza in Giappone e una parentesi al Guarani giunge per lui la stagione della consacrazione con la maglia del Palmeiras (96/97). Dopo una Copa America da protagonista al fianco di Ronaldo e Romario, Djalminha è finalmente pronto per il grande salto in Europa dove ad attenderlo c’è il Deportivo. A 26 anni è ormai maturo per i grandi palcoscenici. In Galizia ci mette poco a far innamorare i tifosi: dribbling ubriacanti e assist millimetrici, rabone e colpi di tacco. Il culmine nella stagione 99-2000: Il Depor è campione di Spagna per la prima volta nella sua storia e quella rimane ancora l’unica Liga vinta dal club.

Nella mente di tutti gli appassionati un suo incredibile gesto tecnico realizzato contro il Real Madrid in quella stagione: una “lambreta”, una giocata funambolica di tacco con la quale umiliò la difesa Merengues mandando in rete Makaay e ammutolendo il Bernabeu.

Nasce il mito del Super Depor, ma si interrompe nel 2002 il rapporto tra Djalminha e il club galiziano. Durante un allenamento, il brasiliano rifila una testata all’allenatore Irureta. E’ uno degli episodi simbolo della sua carriera. Il suo gesto gli costa l’ennesima occasione di essere convocato per un Mondiale e di essere apprezzato anche a livello internazionale. Al suo posto, Scolari gli preferisce un giovanissimo Kakà. Passa in prestito all’Austria Vienna, poi nel 2003 ritorna al Depor, ma non è più lui.  Nonostante ciò i galiziani continuano a stupire raggiungendo le semifinali di Champions League (ne sa qualcosa il Milan, vittima di una memorabile rimonta con i galiziani capaci di ribaltare il 4-1 subìto a San Siro vincendo 4-0 al Riazor). In quella squadra, tanti altri protagonisti: da Songo’o a Fran, da Makaay a Tristàn. Artefici anche di due Supercoppe e di una Coppa di Spagna, in quello che rimarrà il periodo più florido nella storia del club di La Coruna. Nel 2004, ormai 34enne, Djalminha è stufo delle pressioni e di essere sempre messo in discussione. Si trasferisce in Messico, dove conclude la sua carriera pochi mesi più tardi.

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