Tre diversi portieri di tre diverse epoche. Com’è cambiato il ruolo dell’estremo difensore?

Lev Yashin, René Higuita e Manuel Neuer: nell’elencare questi tre portieri sembra di assistere al giochetto “indovina chi è l’intruso?”. Se il primo ha vinto il Pallone d’Oro, il tedesco è arrivato terzo nell’ultima edizione ma da campione del Mondo in carica, il colombiano Higuita è più ricordato per i suoi numeri da circo che non da calciatore, per le sue performance al limite dell’assurdo e per certe disavventure extracalcistiche tipicamente sudamericane. Eppure il numero 1 colombiano segna una sorta di spartiacque nell’evoluzione del ruolo del portiere che vede proprio in Yashin e in Neuer i due estremi.

Il portiere sovietico, Pallone d’Oro nel 1963, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Melbourne nel 1956 e campione europeo nel 1960, è considerato il numero 1 più forte di sempre (per quanto questa classifica, così come per altri ruoli, è difficilissima da stimare in prospettiva storica). Nella sua lunga carriera con la maglia della Dinamo Kiev e con la nazionale sovietica ha parato circa 80 rigori. Dalla tecnica straordinaria, reattivo tra i pali, bravo nel dare indicazioni alla difesa, ottimo senso del piazzamento e con dei riflessi felini, era soprannominato il ragno nero per la sua tenuta sempre monocolore e proprio perché le sue performance tra i pali sembravano frutto di uomo che non aveva semplicemente due braccia. Ecco il punto però: braccia e mani erano i suoi “unici attrezzi del mestiere”. Con i piedi all’epoca il portiere giocava unicamente per calciare la palla più lontano possibile con i rinvii lunghi oltre la metacampo avversaria.

Nel 1987 debutta nel calcio professionistico, difendendo la porta dell’Atletico Nacional di Medellin, René Higuita. Per lui l’uso di mani e braccia erano solo una delle possibilità per interpretare il ruolo del portiere. Non imbattibile tra i pali, il colombiano è diventato più famoso per le reti fatte, ben 55, per il continuo utilizzo dei piedi fuori e dentro l’area di rigore. Due sono le famose situazioni legate a questa scelta. La prima è una parata fatta a Wembley in un’amichevole fra l’Inghilterra e la Colombia: Higuita decide su un pallone facile da parare di non usare le mani, bensì di farsi passare il pallone dietro le spalle e con i talloni di entrambi i piedi eseguire un colpo di tacco al volo. “Il colpo dello scorpione”, appunto. Una scelta ovviamente fatta per fotografi e televisioni o per entrare a suo modo nella storia (non a caso siamo qui a scrivere di lui). Nel 1990, in occasione dei mondiali italiani, negli ottavi di finale al San Paolo di Napoli, Higuita nei supplementari, sull’1 a 1 contro il Camerun, decide senza alcun senso di tenere la palla tra i piedi pochi metri fuori dalla propria area di rigore e tentare un dribbling sull’esperto Roger Milla, centravanti africano, il quale gli ruba palla e segna il gol vittoria a porta sguarnita. C’è chi parlò, a proposito di questo errore, anche di un’influenza del gioco d’azzardo colombiano: il personaggio, dalla fedina penale non immacolata potrebbe anche dare adito ad alcune di queste malelingue, ma noi vogliamo vedere in lui un “innovatore” sui generis.

Due anni dopo la papera ad Italia 90, infatti, le regole del calcio cambiano: non si può più passare il pallone indietro al portiere (se non con un colpo di testa) e questi tenere la sfera con le mani. Regola fatta per impedire la perdita di tempo a cui ricorrevano molte squadre una volta in vantaggio. Ora la palla non può più essere “blindata” dal portiere il quale sarà costretto a giocarla con i piedi. Una sorta di risarcimento postumo al suicidio di Higuita. Ecco che il ruolo del portiere cambia: l’estremo difensore non solo deve imparare a usare i piedi (da questo punto di vista Edwin Van der Sar è stato uno dei primi ad imparare a farlo in maniera impeccabile) ma viene via via sempre più sollecitato dai propri compagni, in particolare i difensori, che sapendo di poter contare su un giocatore ormai “dai piedi collaudati” lo coinvolgono nella costruzione della manovra.

Ormai si vedono sempre meno rinvii lunghi del portiere, ma sempre più passaggi corti verso i compagni. Il pressing degli avversari, se una volta (quando si decideva di farlo) veniva eluso dal retropassaggio al portiere che teneva poi la palla con le mani, oggi viene evitato proprio grazie anche all’abilità dell’estremo difensore nel possesso palla. Infine il numero 1 in fase di possesso della propria squadra gioca sempre più avanzato come posizione: la difesa alta per accorciare le linee viene proprio garantita dal portiere che ormai, come il vecchio libero, gioca dietro alla difesa e davanti alla porta (vuota). Le ripartenze degli avversari vengono così spesso fermate dall’uscita con i piedi del portiere. Straordinario da questo punto di vista è Manuel Neuer, estremo difensore tedesco del Bayern Monaco, che oltre ad essere uno Yashin tra i pali forse avrà sentito parlare di Higuita. Chissà se quel luglio del 1990, a quattro anni, era davanti al televisore?

CONDIVIDI