Dodici anni dopo il mondiale vinto in Messico con la maglia numero 10 indossata da Pelé, il Brasile, nel mondiale di Spagna 82, si presenta con una squadra fantascientifica, ricca di fantasisti (forse anche troppi) tra i quali spicca un altro numero 10: Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico.

Considerato miglior giocatore del sudamerica nel 1978, nel 1981 e proprio nel 1982, Zico è stato uno dei giocatori più forti ad avere indossato la maglia verdeoro e uno degli stranieri più famosi ad avere calcato i campi della serie A italiana. Nell’estate del 1983, infatti, dopo un’estenuante e lunga trattativa, Zico approda all’Udinese. Una squadra, allora come oggi, da metà classifica, ma in un’epoca in cui i presidenti delle squadre italiane non avevano certo problemi a portare in Italia i fenomeni del calcio mondiale, il 10 carioca sbarcò in Friuli. Ma torniamo a quell’estate del 1982: Zico era il leader di una squadra che annoverava giocatori come Eder, Junior, Falcao, Socrates, Cerezo. Una squadra che sembrava non avere bisogno di difendersi, tanta era la potenza del gioco d’attacco (anche se il centravanti Serginho non sembrava all’altezza dei compagni) e che nella prima parte del mondiale, nel girone di qualificazione, fa vedere giocate mirabolanti, incantando tutto il mondo e candidandosi ad assoluta favorita della competizione.

Nel secondo girone si troverà in compagnia dell’Argentina di Maradona, campione del mondo in carica e dell’Italia, vista in quei giorni manzonianamente come un vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro. Tutti sanno come è finita! Zico incontra sulla sua strada un certo Claudio Gentile, che dopo avere fermato pochi giorni prima Maradona, si ripete, non senza grande fatica, con il brasiliano. Zico si mette in evidenza servendo a Socrates, con un assist straordinario, il gol del momentaneo 1 a 1. E poi, sul 2 a 2, quando la nazionale verdeoro, a cui basta un pareggio, sembra avere la qualificazione in tasca, partecipa non senza imprudenza, a quel calcio bailado e spettacolare che offre il fianco al pragmatismo italiano di Paolo Rossi. Quel 3 a 2 per gli azzurri, maturato in un caldissimo pomeriggio di luglio al Sarrià di Barcellona, viene ricordato dai brasiliani come il più grande shock del calcio carioca, dopo la sconfitta casalinga nella finale del 1950, al Maracanà di Rio ad opera dell’Uruguay di Schiaffino. Zico con il suo smisurato talento sembra essere l’icona di un calcio splendido ma, proprio per questo, non sempre vincente. E nella sua carriera futura, che lo vede anche giocare in Giappone, non  perde occasione per ribadire questo concetto.

CONDIVIDI