Jurgen Klopp attraverso cinque importanti frasi che meglio riassumono la sua visione del calcio

Quando l’arbitro ha fischiato la fine di Borussia Dortmund-Juventus con la bella vittoria per 3 a 0 dei bianconeri, ci siamo sentiti orgogliosi di essere italiani per come è andata la partita (ovviamente parlo della parte juventina dell’Italia, l’altra ovviamente era livida di rabbia), ma quando abbiamo visto Jurgen Klopp sorridente abbracciare i giocatori della Juventus e poi senza polemiche affrontare una conferenza stampa in cui nessuno gli chiedeva sdegnato dimissioni o di cospargersi il capo di cenere, beh molti (forse non così tanti) italiani proprio tanto orgogliosi del bel paese non lo saranno stati.

Oltretutto le immagini anticipavano esattamente di ventiquattrore quelle inguardabili dei giocatori della Roma processati sotto la curva dai propri tifosi, dopo la sconfitta in Europa League contro la Fiorentina. Insomma le immagini di Jurgen Klopp, assieme alla foto che circola sul web in cui lo si vede tornare a casa, dopo la gara contro la Juventus, a piedi, ci presentano un personaggio curioso, elegante e vulcanico nello stesso momento e che negli ultimi anni ha rappresentato uno delle novità più liete nel panorama del calcio europeo. Un personaggio mediatico, che sa stare molto bene davanti alla telecamera, a prorpio agio nel mondo dei media e quindi foriero di frasi che seppur recenti sono già entrate nell’immaginario di tutti gli appasionati.

Come quella splendida definizione del calcio praticato dal Borussia Dortmund di Klopp come heavy metal: “Il mio calcio è heavy metal. C’è chi dirige la squadra come un’orchestra. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, le parate dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall’altra parte”. Ed in effetti due stagioni fa quando raggiunge la finale di Champions League persa all’ultimo minuto contro il Bayern Monaco, non ci si stufava certo a vedere le partite della squadra giallonera.

Il suo calcio non è solo spumeggiante, è sempre intenso, dinamico, giocato al limite delle risorse atletiche e psicofisiche dei giocatori, con rischi, ma anche con la capacità di annichilire gli avversari. Ne sa qualcosa proprio il Real Madrid di José Mourinho che nella semifinale di quella stagione viene travolto dai campioni di Germania. Sì perché Klopp, dopo essere approdato sulla panchina del Dortmund nel 2008, vince due titoli di Bundesliga consecutivamente nelle stagioni 2010/11 e 2011/2012.

Storiche diventano così le partita disputate al Signal Iduna Park (meglio conosciuto con il suo nome precedente Westfalenstadion) con la muraglia giallonera dei tifosi che sembrano riprodurre sugli spalti quel calcio heavy praticato in campo: “C’è un mondo di passione dietro di noi. In questo stadio non potremmo giocare un calcio diverso. Non siamo uguali agli altri”. Questa dichiarazione d’amore verso la squadra allenata e verso quel pubblico tra i più caldi (ma anche civili) d’Europa, sono una sorta di frase programmatica per chi sa che solo in una realtà come quella, fatta non di prime donne ma di allenamenti intensi, di applicazione di tattiche e di tanto dinamismo in campo si possono raggiungere grandi obiettivi.

“Non è il calcio tranquillo che mi piace, ma quello combattuto” e “se non si dà tutto, non mi diverto. Mi annoia vincere in un altro modo. Quando non corriamo più degli altri, io sbadiglio. Diventa come il tennis”: due frasi che meglio di altre racchiudono la visione del calcio di Klopp e l’origine dello spettacolo che le partite del suo Borussia (almeno fino a quest’anno) hanno sempre fornito. Un continua sfida fatta spesso per sovvertire i pronostici, per dimostrare che ogni impresa nel calcio è possibile, che non conta essere più forti ma semplicemente più bravi. Quando la si pensa così difficilmente si arriva ad allenare il Real Madrid perché “non lavoro per allenare la migliore squadra, ma per batterla”.

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