Totò Schillaci, secondo al Pallone D’Oro nel 1990

Otto anni prima, bastarono 6 gol a Paolo Rossi per aggiudicarsi il Pallone d’Oro. Normale, in fin dei conti, perché i fuochi del Mondiale non si spengono facilmente e quello di Pablito fu un incendio di rare proporzioni, un vero e proprio miracolo calcistico, con il passaggio dall’essere il flop del torneo al diventare il divoratore di Brasile, Polonia e Germania in rapida sequenza.

A Italia ’90, Totò Schillaci sembra una versione anticipata e di più lunga durata di Paolo Rossi. Ed anche esplosiva, perché ad ogni gol la sua esultanza è un’eruzione di felicità, gli occhi del siciliano ridono come solo certi bambini fanno quando giocano nei campetti. 6 gol, anche per lui, che pure inizia il Mondiale in panchina e però non sbaglia un colpo, centellina i suoi exploit gara dopo gara in modo da portare l’Italia (il Paese, oltre alla Nazionale) a un passo dal sogno. Altro che umori leghisti circolanti nella Penisola, come si era vissuto lungo il campionato con lo scontro Milan-Napoli tutt’altro che tenero. Lo juventino unifica tutti, si è tutti con lui, si è un po’ tutti siciliani perché il termine diventa sinonimo di riscatto, sorpresa, entusiasmo, tutte cose che piace che siano proprie e non di altri.

Quando Totò segna in semifinale con l’Argentina, ciccando pure il pallone che comunque va dentro, il trofeo dorato è davvero molto vicino. Anche perché in dote Schillaci può aggiungervi una Coppa Uefa e una Coppa Italia conquistati con il club, non è poco. E invece no. Gli azzurri mancano l’appuntamento, la finale con la Germania la fanno i nostri avversari e sul podio del Pallone d’Oro ci va, ma stretto tra Matthaeus e Brehme, il primo e il terzo, entrambi con la faccia feroce. Così, invece di essere il nuovo Paolo Rossi, Totò Schillaci atro non è che il precursore di Matteo Renzi impegnato con Angela Merkel e Jens Weidmann a sfangarsela da italiano che non vince ma s’impegna.

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