Franco Baresi, secondo al Pallone d’Oro nel 1989

Per un club che occupa tutti e tre i posti del podio del Pallone d’Oro, può anche essere ininfluente l’ordine della classifica. Primo Marco Van Basten, terzo Frank Rijkaard, in mezzo Franco Baresi. Che è come dire: della squadra che trionfa in Coppa dei Campioni e si laurea anche campione del mondo, viene così premiata tutta la spina dorsale, la struttura centrale di quel 4-4-2 di Arrigo Sacchi che sta aggiornando in senso europeista il calcio italiano, portandolo su lidi d’avanguardia mai toccati prima. Certo, i gol del Cigno olandese sono troppi e troppo belli per non imporsi per fascino e tradursi in voti. Certo, la faccia con rughe d’espressione del libero racconta una vita da difensore e interventi rudi quando è il caso, magari non è così telegenica e ormai il premio è anche questione di apparenza. Figurarsi poi se si premia un giocatore della corte di Silvio Berlusconi che è appena all’alba della sua rivoluzione televisivo-calcistico-politica. Però, con il senno di poi, – e tenendo conto che Van Basten se l’è già vinto e se ne vincerà altri di Palloni d’Oro – ha oggi una certa forza l’idea che l’anima del Milan venisse riconosciuta per intero e in tutti i suoi meriti.

Perché Franco Baresi questo è, non altro. Lo è per completezza tecnica (in quell’ingranaggio spesso perfetto, lui ne è parte tanto come leader della difesa che come propulsore in avanti). Lo è per carisma, da dietro tutto vede e molto provvede, con interventi decisi, ordini ai compagni e direttore d’orchestra nell’applicazione della tattica del fuorigioco. E lo è perché del Milan lui conosce tutto, lo scudetto della stella e l’amarezza della serie B, le cadute e le rinascite, perciò sa cosa significa lottare per vincere ed è una cultura che sa trasmettere giorno per giorno, caso mai qualcuno volesse specchiarsi nella nuova gloria acquisita.

I Palloni d’Oro alla carriera non hanno senso, sembrano ammissioni di colpa e perciò non è il caso di istituzionalizzarsi. Ma qualche votante, oggi, potrebbe anche ammettere di avere sbagliato in quel 1989 dove sono successe così tante cose.

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