Bobby Moore, secondo al pallone d’Oro nel 1970

Lo abbiamo ormai capito in questa rubrica: chi arriva al secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro, trova il modo di farsi ricordare comunque con un monumento che ne celebra la grandezza. Nel caso di Bobby Moore, le statue a lui dedicate sono addirittura due e del tutto giustificate: una che lo celebra nel gruppo di giocatori del suo amato West Ham facenti parte della Nazionale inglese che conquista l’unico Mondiale della storia (e lui ne è il capitano “Non di una squadra, ma di una nazione”, disse Graham Taylor nel 2003, anno della scomparsa del difensore). E una seconda collocata all’ingresso del nuovo Wembley Stadium, a eternare una leggenda, “il battito dell’Inghilterra”, secondo la definizione del suo ct Alf Ramsey.

Dimenticato nel 1966 a favore della stella Bobby Charlton, i giurati di France Football lo piazzano appena dietro Gerd Muller quattro anni dopo. Eppure quel 1970 fu tutt’altro che semplice per il grande Bobby Moore. Al Mondiale in Messico ebbe i complimenti per come affrontò il confronto con l’ala destra del Brasile Jairzinho. Poi, però, subì l’onta dell’eliminazione da parte della Germania Ovest. Una bruciante sconfitta, ma forse poca cosa in confronto alla vicenda personale che lo vide protagonista in Colombia, durante le gare di preparazione alla rassegna iridata. A Bogotà, Moore venne accusato del furto di un braccialetto in una gioielleria, accuse che poi si dimostrarono infondate, dopo aver trascorso quattro giorni in carcere. Ha detto di lui il premier britannico John Maior: “Bobby Moore è stato più di un giocatore, così come il suo comportamento ha dato più del suo talento. Resterà per sempre tra gli immortali del calcio”. Per un Paese che ha venerato i ribellismi e la bellezza di George Best, Bobby Moore ha rappresentato l’immagine rassicurante, il difensore dai capelli biondi e dallo sguardo sereno.

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