L’ultimo gol di Cané in Napoli-Genoa

In tempi di politicamente corretto, probabilmente le motivazioni del suo acquisto oggi non verrebbero espresse a chiare lettere. Perché Faustino Jarbas, meglio conosciuto come Cané, venne acquistato da Achille Lauro proprio per il colore della pelle. Gli piaceva il fatto che fosse indubitabilmente il più nero di tutti quanti. E che di conseguenza sarebbe riuscito a mettere paura a tutti i difensori. Chissà se questa storia la andranno a raccontare a Duvan Zapata, attaccante troppo spesso trascurato nell’undici di partenza in campionato, nonostante 4 gol e un rapporto minuti giocati e realizzazioni decisamente interessante. E lo devono fare prima di Napoli-Genoa ricordando domenica 27 gennaio 1974 perché in quella data si giocò un altro Napoli-Genoa a suo modo storico. Chi ha amato Cané sa il perché. E se per caso era presente al San Paolo non l’ha certo dimenticato.

Giusto due cose sul Genoa, sconfitto 1-0 senza scusanti. Basti dire che è lontano anni luce da quello odierno guidato da Gasperini, che non ha torto a gettare acqua sul fuoco delle aspettative che si sono create nell’ambiente dopo l’ottimo girone d’andata. Più che a ipotesi europee – che rappresenterebbero un sogno realizzato – il mister pensa a una salvezza più che comoda, obiettivo che in quel 1974 fu irraggiungibile. Il Grifone non solo arriverà ultimo, ma proprio a Napoli diede vita a una polemica che oggi verrebbe ingigantita a proporzioni incalcolabili. Perché diciamo la verità, se il tuo giocatore di maggior peso tecnico, rispondente al nome di Mario Corso (fatato piede sinistro della Grande Inter), si presenta ai taccuini per dire che l’allenatore ha sbagliato, il titolo lo merita. Anche perché non gira attorno alle parole, lui che sapeva invece far girare il pallone sopra la barriera con punizioni dette “a foglia morta”: “Non so perché Silvestri mi abbia sostituito. Stavo benissimo. Forse è per una questione tattica che proprio non capisco”.

Torniamo a Cané. La gente lo ama, ancor più perché a Napoli è tornato da Bari dopo aver giocato nel decennio precedente negli azzurri con Sivori e Altafini, a comporre un tridente tutto sudamericano di grande inventiva. Nel 1974 il presidente Ferlaino gli vorrebbe dare da allenare la squadra ragazzi. Ma Faustinho il calcio non vuole insegnarlo, ha 35 anni ma ancora tanta benzina in corpo e lo si vede proprio contro il Genoa. Il suo marcatore Della Bianchina esce fuori pazzo. Cané tira da tutte le posizioni ed è suo il gol che risolve l’incontro, approfittando di una finta di Braglia. Una rete talmente bella che l’arbitro Casarin, a fine incontro, gli consegna i fiori che gli hanno regalato a inizio gara (una volta si usava così), con parole degne di essere scritte su una targa: “Se qualcuno li merita, quel qualcuno è lei”. E quel gol, anche se manca ancora molto alla fine del campionato, c’è tutto un girone ancora da disputare, è l’ultimo della carriera di un giocatore che ha fatto sognare ben prima di Maradona, con la folla del San Paolo che lo ha accostato a Pelè in maniera decisamente colorita col coro che prende in giro il mito (anche fonetico) del Brasile del 1958: “Didì, Vavà, Pelé, siete la uallera di Cané”. Per chi non è partenopeo (e neanche parte nopeo e parte napoletano, come disse Totò), secondo l’enciclopedia satirica nonciclopedia: “La uallera, detta anche guallera dai puristi, è un’escrescenza che le persone si portano dietro fin da quando nascono. In alcuni casi di noia cronica essa può infiammarsi e ingrossarsi dando luogo al suo caratteristico “abboffamento”. La uallera abboffata è tipica delle persone stufe fino alla nausea e necessita di un ricovero ospedaliero immediato. Nei casi più urgenti la uallera può diventare “a tracolla” e l’intervento chirurgico si rende necessario e improcrastinabile”.

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