Luigi Necco, un volto un’istituzione. Un simbolo del calcio “romantico”, quello di Novantesimo Minuto, e non soltanto negli anni d’oro del Napoli di Diego Armando  Maradona.

Un giornalista fatto e finito, ripescato da Paolo Valenti a suo tempo dalla cronaca nera per il Tg regionale Campania dopo che insieme si trovarono a narrare in “telecronaca” una diretta Rai per uno speciale sulle rovine di Pompei. Luigi Necco, dicevamo, un uomo che ancora oggi non ha paura di mettere la faccia di fronte ai microfoni e alle telecamere (tra le altre cose confeziona ancora servizi in tema archeologico, sua antica passione) e a raccontare quegli anni attraverso l’esperienza diretta e gli aneddoti che soltanto un campano DOC potrebbe raccontare così. E poi, proprio perché uomo di cultura, in Luigi Necco c’è anche la capacità di esprimersi fuori dai denti, mettendo di fronte al collega di turno la propria opinione sui fatti di oggi, sulle trasformazioni, sulle valutazioni di quei magnifici anni del calcio italiano anche a posteriori…

Necco, quanto tempo è ormai passato… Ma quel calcio era davvero così diverso da quello di oggi?

“Mah, sotto il profilo del gioco certamente molto è cambiato: negli anni dei grandi campioni si può parlare di un calcio più riposato, più “affidato” proprio ai piedi di questi assi. E vale un po’ per tutte le squadre, ognuno con il suo, anche se proporzionati al livello e agli obiettivi delle società. Ecco, sì: i campioni di allora erano davvero rincorsi dai club. Non era solo una questione di prezzo o di stipendio, era proprio una ricerca, un corteggiamento, una fissazione. Ne venne fuori il più bel campionato d’Europa e non dico del mondo soltanto per il grande rispetto che ripongo nel calcio autoctono brasiliano. E proprio però i sudamericani erano i più attratti dalla Serie A, dall’Italia, dal Belpaese europeo”.

E oltre al modo di giocare? Sul movimento calcio? L’Italia in cosa era diversa da quella del 2014?

“Guardi, strutturalmente io non ci vedo grande differenza. La cultura del sospetto, gli scandali. Certo però l’esposizione mediatica era ben diversa. Se posso dire, oggi è molto peggio. Quelli di Novantesimo sono stati gli ultimi anni nei quali il calcio portava in dote, fuori dall’evento partita e dallo stadio, il fatto di ritagliarsi come un momento di tutti contemporaneamente. Uno spazio speciale. Oggi i piedi di un Totti possono valere lo spot di una mozzarella di martedì mattina. La pubblicità ha nella sostanza distrutto il calcio, lo spezzatino ne è la riprova: non ci sono più appuntamenti unici per tutti. E questo alimenta pressioni, rivalità, polemiche la maggioranza delle volte totalmente sterili”.

Maradona, chissà quante volte ha risposto su Maradona! Io le chiedo un fotogramma fuori dal rettangolo di gioco.

“Maradona ha raccontato tutto grazie a un collega che ha saputo sempre come prenderlo per intervistarlo al meglio: mi riferisco a Gianni Minà. I suoi successi, volendo invece andare sul sociale, hanno contribuito ad avvicinare la società Napoli alla città, due entità che comunque restano distinte e che non bisogna mai confondere, società che poi negli anni successivi si è poi allontanata anche per colpe dello stesso “tifoso” Ferlaino. Napoli ha certamente gettato alle ortiche in quegli la possibilità di rinnovarsi. Su Maradona posso aggiungere che davvero amava avere intorno gente con il sorriso, si esaltava nelle positività, odiava i musoni anche se lui talvolta era il primo tra questi perché soffriva a tratti il peso appunto di questa città che era diventata morbosa. E a proposito di sorrisi, una volta durante un allenamento mi tolse il berretto e se lo mise lui continuando la sessione e facendo andare su tutte le furie Ottavio Bianchi”.

Un altro personaggio molto particolare, Bianchi. Come lo ricorda?

“Bianchi era un uomo profondamente serio. Ma anche un duro. Faccio due esempi: parte dello spogliatoio gli si rivoltò silenziosamente contro, anche senza che fosse guidato da Maradona; da giocatore del Napoli in anni precedenti, da rappresentante della squadra, andò a muso duro con Ferlaino per un premio con lui concordato e che il presidente non intendeva riconoscere. Accadde a tavola, non aggiungo altri particolari perché fu davvero uno scontro epico…”

C’era un giocatore fondamentale in quel Napoli di cui si è parlato sempre troppo poco?

“Certo! Francesco Romano, centrocampista, cervello, punto d’equilibrio. Caposaldo assoluto di quella squadra”.

Torniamo a Novantesimo: chi è il collega che ha più stimato?

“Sembrerei banale in questi giorni nel dire il nome di Marcello Giannini (deceduto in settimana, ndr). Eppure l’avrei detto anche una settimana fa e un mese fa. Eravamo grandi amici io e Marcello. Una volta riuscii perfino a stupirlo in diretta, e non era facile. Dissi: “Oggi ringrazio Firenze che ha avuto il coraggio di fare ciò che Napoli non ha mai avuto il coraggio di fare”. Lui subito non capì. In quel giorni furono condannati nel capoluogo toscano Missò e Galeota, autori della strage dinamitarda che colpì il Rapido 904 alla vigilia di Natale del 1984 e che causò la morte di 17 persone. Erano gli stessi figuri che fecero voltare il cielo, durante una partita del Napoli, il celebre striscione VIA FERLAINO, SI A IULIANO. Ci siamo intesi, no?”.

Chiudiamo con il Napoli di oggi, tornato ormai da quattro anni ad alti livelli: c’è un calciatore che veste o ha vestito azzurro che lei avrebbe visto bene negli anni d’oro?

“D’istinto direi il ragazzino, Insigne, perché è l’unico che sa improvvisare. E poi è napoletano…”.

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