Daniele Delli Carri non è magari uno di quei calciatori che hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo, ma rappresenta tre cose insieme molto importanti

da difensore ha attraversato due epoche calcistiche proprio nel momento della loro mutazione, da direttore sportivo ha lavorato con Di Francesco e soprattutto Zeman cioè avendo al proprio servizio ragazzi del calibro di Verratti, Immobile e Insigne, infine da calciatore ha lavorato in gruppi guidati da “pensieri forti” ma anche diametralmente opposti quali quelli di Orrico e Mondonico.

Insomma, parlare con Delli Carri è un’esperienza calcistica completa. Ha lavorato ed è emerso come dirigente proprio a contatto con i giovani (ha tenuto per due anni la direzione del Renato Curi Angolana, una delle top società di puro settore giovanile in Italia), per poi lanciarsi nel grande calcio che avrà comunque come prossimo appuntamento la Serie A nonostante la breve e infelice (fosse facile…) esperienza al Genoa con Enrico Preziosi.

Delli Carri, da dove partiamo? Da Zdenek Zeman? Potrebbe scriverci un libro…

“Beh, Zeman l’ho incrociato parecchie volte nella mia vita sportiva. Ma anche prima, quando avevo 14 anni e andavo a seguire, estasiato, gli allenamenti del suo Foggia che vinse poi la Serie C partendo penalizzato di 5 punti. Quella resta per me la sua annata migliore in rossonero, anche più di quando in A si parlava soltanto di lui per un certo periodo”.

Ma che allenatore è il boemo?

“L’ho capito meglio a Pescara, quando io ero direttore sportivo e lui allenatore di una squadra che a posteriori possiamo dire che fosse composta da fenomeni di caratura internazionale. Certo, lui ha grandissimi meriti, ma eravamo nettamente i più forti tant’è che ottenemmo la promozione con una grande cavalcata. Aneddoti? Uno solo, magari: venne Guardiola a seguire gli allenamenti e alla fine ci disse: se vengo in Italia per vedere una partita, scelgo la squadra di Zeman”.

Ma Verratti regista è davvero una sua invenzione?

“in realtà no, non integralmente. Fu Di Francesco l’anno prima ad abbassargli la posizione nelle ultime 8 di campionato. Zeman è però stato basilare per il salto di Marco, gli ha fatto alzare la soglia della sofferenza. Verratti appena aveva un dolore era remissivo in allenamento. Una volta arrivò al campo, c’era una doppia seduta quel giorno, e disse di avere male al piede. L’allenatore gli disse: vai, allenati, tanto il piede qui non te lo taglia nessuno…”.

E che zona è quella di Zeman?

“Una zona totale. A tutto campo. A suo tempo innovativa. Ecco, a differenza di Orrico, che ho avuto a Lucca nel periodo d’oro e che aveva concetti rivoluzionari ma solo sul modo di difendere, per Zeman la zona è zona sempre e comunque. Non accetta nessun compromesso, un suo limite in fondo. Si attacca a meccanismi fissi: se faccio tante azioni segno. Sempre e comunque. Stesso discorso però, al passivo, in difesa. Insomma, gioca molto sull’errore. Chi ne fa meno vince, e io ti obbligo a farne. Il problema per lui è capire che i calciatori non sono macchine, lui li vorrebbe così… ma resta un grandissimo”.

Lei ha introdotto il nome di Corrado Orrico…

“Sì, e sono convinto fosse davvero un illuminato. Soltanto che non aveva gestione dello spogliatoio. Zero. Durissimo. Con tutti. Anche esagerato. All’Inter avrebbe anche potuto stupire non si fosse messo contro i tedeschi Matthaeus e Brehme dopo pochi giorni. Inoltre arrivò in nerazzurro dopo Trapattoni con un calcio diametralmente opposto. Ha colpe Orrico, ha colpe se si è bruciato così in fretta. Ma attenzione: all’Inter rischia grosso chiunque non si chiami Mourinho. La storia insegna”.

Lei fu lanciato da Franco Scoglio. Un’altra zona all’avanguardia?

“No. Non direi. Lui era un razionale. Si difendeva a zona mista: senza uomo quando si era alti, con uomo nei nostri 20 metri. Il problema è che chiedeva baricentro basso e allora la sua teorica zona finiva quasi per assomigliare a Mondonico”.

Emiliano Mondonico. Il suo mentore negli anni di Torino. Un calcio redditizio anche se vecchia maniera. E’ così?

“Oggi non potresti più giocare così. Però lui ebbe il merito di tenere alto il nome di quel Toro come fece poi con l’Atalanta. Una personalità straripante, scaltro gestore delle menti dei calciatori: i gesti anche plateali che voi giornalisti vedevate erano in realtà tutti studiati per arrivare a noi che eravamo in campo. Geniale. Un maestro. E in quanto a giovani ne ha lanciati più di ogni altro, anche più di Zeman checché se ne dica”.

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