Domanda e risposta con Tiziano Crudeli, giornalista, volto televisivo e opinionista che ha legato le proprie fortune professionali al Milan.

Perché il calcio è anche passione, soprattutto quando dietro ci sono razionalità, professionalità e la capacità di mettersi in gioco senza prendersi per forza sul serio. Microfoni aperti quindi per capire meglio la genesi di un amore sportivo che raramente ha sconfinato i paletti del bon-ton, i gusti calcistici quindi di Crudeli, i suoi ricordi, il suo modo di definire e fotografare con una battuta uomini e momenti della storia, anche recente, rossonera.

Questo rapporto viscerale con il Diavolo dove ha la sua genesi?

“È una storia lunga ma anche corta. Illo tempore abitavo a Forlì, a 7 anni rimasi orfano di madre e di padre, quindi il mio punto di riferimento diventò presto il mio fratello maggiore che aveva 12 anni più di me. Tifava Milan. Non potevo che assorbire questa passione”

Erano anni in cui spostarsi per seguire una partita non era così semplice. Quale fu la prima assoluta allo stadio per seguire il Milan?

“Ebbi la fortuna di trasferirmi a Milano, dove tra l’altro giocai anche per qualche stagione nelle giovanili rossonere: ero un terzinaccio, poca tecnica, ma ‘picchiavo’ per bene. Con me giocava Gino Maldera, Lodetti era una categoria sopra. Che emozione la prima volta a seguire Liedholm e compagni dal vivo… Era un Milan-Legnano, e ovviamente vinse la squadra di casa, la mia squadra del cuore”.

E quante partite vennero dopo, anche e soprattutto al seguito della squadra da giornalista radiofonico nei primi anni… A quale è più affezionato in assoluto?

“Senza dubbio a Milan-Real Madrid 5-0, all’eurogol di Ancelotti, anche se da lì in avanti iniziò a riempirsi di gente che iniziò a salire sul carro dei vincitori. Io c’ero anche prima, quando tifavo e soffrivo, presente anche a Milan-Cavese, alla Serie B”.

Un nome, un pensiero: iniziamo da Kakà.

“Il mio Riccardino… Ahhhh. Di fronte a lui bisogna inchinarsi sia tecnicamente che come uomo. Un campione vero perché prima del campione c’è la persona. Una persona coerente, una persona seria”.

E se dicessi Franco Baresi?

“Il Mito. Il primo difensore che ho veramente amato. In quel ruolo prima guardavo solo l’applicazione della forza e della grinta. Lui aveva una tecnica fuori dal comune oltre a tutto ciò che serviva per guidare da dietro la difesa, poi diventata leggenda, del Milan”.

Clarence Seedorf.

“La scienza. La cultura sportiva. Adesso da allenatore deve dimostrare di riuscire a farsi capire perché lui in questo mondo è comunque un profilo sopra la media.

Gianni Rivera.

“La poesia, la classe il calcio. Semplicemente divino”.

Oliver Bierhoff.

“Un amico, un grande uomo, ancora oggi nessuno vale il tedesco nel gioco aereo”.

Steaua Bucarest.

“Che bello! Io c’ero… E ho detto tutto. Da lacrimuccia”.

Nereo Rocco.

“Oggi avrebbe la sua ricetta per risollevare il Milan: sistemare la difesa a costo di difendere a oltranza. Non sarebbe una brutta idea. E poi lasciare i giocatori “liberi”, che vuol dire anche responsabilizzarli”.

In ultimo, ovviamente, Silvio Berlusconi…

“Il mio Presidente. Ci ha regalato successi straordinari. Oggi deve capire lui in prima persona le difficoltà della squadra. Follie, anche per questione di etica, non se ne possono più fare. Un consiglio? Visto che ci vorrà tempo per tornare agli antichi splendori, giusto ripartire dai giovani. Ma con raziocinio, con un giusto mix, perché i casi Pirlo e Kakà, ceduti affrettatamente guardando l’anagrafe, qualcosa ci hanno sicuramente insegnato”.

La chiusura più banale: Leo Messi o Cristiano Ronaldo?

“Ronaldo. Ma tanto non possiamo permettercelo, così come nessun’altra delle italiane”.

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