La salvezza passa attraverso le infrastrutture ma solo se gli stadi nuovi (se si faranno) avranno una vita propria. A teatro sui modelli dello Juventus Stadium e l’Emirates Stadium dell’Arsenal

Il calcio italiano vive un momento di grande difficoltà economica. Queste peripezie camminano di pari passo con la difficile situazione politica-sociale del Bel Paese, ma ovviamente vive le sue ripercussioni anche sotto l’aspetto sportivo. Questione di appeal, che nonostante il pedigree di primo livello del nostro campionato, negli ultimi anni l’ha portato indietro di posizioni nella scala del prestigio rispetto a Paesi come Spagna, Germania e Inghilterra.  Qual è la causa? Come ridurre questo gap?

Come spesso accade, la soluzione è rintracciabile nel problema stesso. Le big dei Paesi prima citati godono quasi tutte di uno stadio di proprietà, che gli garantisce una potenza maggiore economicamente e strutturalmente. Occorre dire che il cruccio più grande delle società italiane è la loro dipendenza dai proventi dei diritti televisivi, senza i quali si sprofonderebbe nel baratro. Bisogna allora diversificare i ricavi (fare in modo che provengano da più parti, in modo da non dipendere solo da una), e anche qui lo stadio di proprietà può essere d’aiuto.

Il caso che ci riguarda più da vicino è quello della Juventus che ha costruito il nuovo Juventus Stadium sulle ceneri del vecchio Delle Alpi con un investimento da 125 milioni, di cui 20 per l’acquisto della superficie comunale. Il risultato economico-sportivo è di primo livello: uno stadio da 41475 posti a sedere, 8 bar e 20 ristoranti, quasi sempre pieno fino a strabordare. Da quando gioca lì la Juve ha sempre vinto lo scudetto. Allo Stadium in Serie A solo due sconfitte (Inter, Sampdoria). C’è da dire che il costo dei biglietti è notevolmente aumentato, così come l’incremento dei ricavi da gare, il “match day revenues”(+174%). Già dal primo anno il fatturato è aumentato di oltre il 20%, con gli incassi cresciuti del 24% e ricavi superiori di 23,5 milioni. Allo stadio in sè, si aggiungono centri commerciali, parchi e nel caso della Juve, un museo fra i più visitati d’Europa. Una vera e propria “Zecca della Juve”: un impianto produttore di vittorie sportive e ricavi.

Ma il modello è da ricercare ancora una volta in Inghilterra. Sebbene ci siano volute 2 tragedie (Heysel e Hillsborough) prima di riformare il modo di vivere il calcio e lo stadio, il Paese della regina ora è quello più all’avanguardia. I motivi? Vietato fumare, vietato introdurre alcolici, gradinate sostituite con più dignitose poltroncine ma soprattutto la rimozione delle barriere fra campo e spalti perché secondo psicologi che hanno lavorato al caso, queste aumenterebbero le tensioni che sfocerebbero in violenza. Il tutto è ovviamente condito da centinaia di imponenti steward in giacca rossa, che una volta entrati allo stadio vi accompagnano al vostro posto, come a teatro. Inoltre, sono stati parecchio aumentati i biglietti delle singole partite, in modo che la gente acquisiti i più convenienti abbonamenti stagionali e che le società si garantiscano il quasi tutto esaurito anche nelle partite di secondo piano. La media spettatori in premier League è infatti del 98%. In Italia siamo lontani anni luce.

Se un plauso è stato fatto al modello inglese, ce n’è da fare un altro all’Arsenal per come ha gestito, finanziato e ottenuto il suo nuovo Emirates Stadium. Un investimento da 500 milioni di euro finanziato dai 120 milioni della cessione del naming rights (praticamente il nome dello stadio) alla compagnia aerea Emirates. 310 milioni con un debito bancario a lunga scadenza (2031) e il resto da un’ operazione immobiliare da applausi: “Highbury Square”, ovvero la costruzione di 680 appartamenti nella zona in cui sorgeva il vecchio Highbury. Un progetto, quello dell’Arsenal, che ha avuto i suoi frutti fin dal primo anno in cui la casa dei gunners non è più Highbury e in cui i proventi da stadio sono più che raddoppiati. Principalmente anche qui dal “match day revenues” come era ovvio per una società con uno stadio prima da 38000 posti e poi da 60000 posti, di cui 45000 abbonati in media. La chicca però sta nella creazione di 9000 posti premium che contribuiscono al 14% dei ricavi da stadio e che contengono Sky box, posti Vip e servizio cathering. L’unico limite di tale operazione effettuata da una squadra non fra le più vincenti attualmente del calcio inglese, è l’aleatorietà della qualificazione in Champions (che comunque l’Arsenal raggiunge costantemente da anni), senza la quale i ricavi del “match revenues” potrebbero calare di circa 24 milioni, costringendo la squadra a vendere alcuni dei suoi giocatori di punta. Una condizione che se detta ad tifoso italiano che non sia juventino, sarebbe comunque disposto ad accettare pur di vedere la propria squadra fiorente in campo e fuori, come Juve e Arsenal.

Lo stadio di proprietà è un progetto percorribile anche in Italia. Serve collaborazione fra enti pubblici e società. Il mattone fondamentale per tornare agli albori che spettano ad un Paese abituato a stare sul tetto del calcio europeo come l’Italia. Ci sta riuscendo la Juve e dimostrano di volerci provare anche se con metodi diversi Milan, Roma, Inter e Udinese. Le società ripartono da una casa propria, lo stadio. Il Calcio 2.0 è già iniziato.

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