Il fascino della serata dell’Unesco Cup allo Juventus Stadium

Per chi ama il calcio e le storie dentro la Storia anche un incontro di solidarietà tra le Leggende della Juventus e del Boca Juniors può essere istruttivo, oltre che fonte di piacere e di nostalgia. Una delle passioni ricorrenti dei tifosi è il gioco della macchina del tempo: mischiare le formazioni delle diverse epoche, paragonare giocatori che non si sono mai incrociati, accostare l’oggi allo ieri, costruire undici ideali in un mix tra gusto personale e ricerca di una presunta “oggettività” data dal percorso professionale degli eroi scelti. Proprio per questo (oltre che per il palpabile spirito di amicizia che promana da questi incontri) la serata dell’8 settembre ha rappresentato molto per chi era presente allo Juventus Stadium a celebrare anche i 4 anni di compleanno della casa bianconera. Non mi stupirei se fra qualche anno si assistesse a una Champions League o a un campionato quando ogni club si sarà dotato di una squadra di ex gloriosi. Soprattutto se lo spirito di chi scende in campo sarà quello visto: voglia di vincere, belle giocate, un generale stato di forma più che degno. Nulla a che vedere – sia detto con rispetto – con le varie esibizioni delle Nazionali Cantanti, Attori, Piloti e così via. Qui c’è tattica, rispetto delle posizioni, agonismo, contrasti e sottolineature del pubblico dei momenti veri della partita. E senza la tensione del tifo si finisce per imparare molto da spettatori, facilitati alla riflessione dalla maggiore lentezza della gara rispetto a quelle abituali (ma non pensate a una 500 contro una Ferrari, non è questo il gap di ritmo).

Scelgo a tal proposito una situazione davvero istruttiva di come una partita sia piena di messaggi interni, possegga un codice particolare che i 22 presenti in campo e le migliaia di persone sugli spalti conoscono e formulano di volta, come risposte in tempo reale al messaggio circolante. A inizio ripresa la partita Juventus-Boca è sull’1-1. Un risultato che ha una logica e una sua incoerenza. Gli argentini, in virtù del primo tempo, avrebbero potuto e dovuto andare al riposo con un vantaggio ben più corposo della rete firmata da Guglielminpietro. Tacconi si è esibito in una parata miracolosa su una conclusione da fuori di Martin Palermo e Caniggia, perennemente sul filo del fuorigioco, avrebbe potuto sfruttare meglio alcune fughe concluse con tiri sballati. Più in generale, il Boca sta meglio in campo, la Juve vive sul movimento perenne di Nedved e Camoranesi ma la distanza tra centrocampo e difesa si è manifestata un po’ troppe volte, finendo per sfiduciare la squadra. Il panorama cambia totalmente a inizio ripresa. Forse i cambi di mister Pessotto regalano nuove certezze, sta di fatto che la trama Camoranesi-Nedved-Trezeguet sembra un sogno a occhi aperti, va oltre la riproposizione del passato, funziona talmente bene da consegnare un pallone da spingere a porta vuota al capitano francese delle Leggende. E allora cambia totalmente l’inerzia della gara. E la difesa gialloblu va in bambola, tanto da regalare a Schillaci l’opportunità per il punto del vantaggio, solo che il centravanti di Italia ’90 forse pensa che è in quel luogo (sebbene si chiamasse Stadio delle Alpi e fosse altra cosa) che è iniziato il suo declino e spara un po’ alla cieca, centrando il portiere Abbondanzieri.

A quel punto, la Juve è in piena esaltazione. Sente che la partita può capovolgersi totalmente e Torricelli si conferma colui che accende il tifo più di ogni altro. Forse perché molti dei presenti si riconoscono ancora nella sua favola di giocatore che diventa professionista di colpo. E poi, per dirla tutta, è realmente entusiasmante vederlo ingrigito nei capelli e ancora così brillante nel lanciarsi da solo nello spazio. Un atto di coraggio, adrenalina pura, una sfida all’età che avana avanzando petto in fuori. L’operazione gli riesce, palla a Nedved ed è già troppo per il Boca, c’è qualcosa di insopportabile che sta avvenendo e c’è bisogno perciò di uscire dalle corde, di fermare subito il pugno che prevedibilmente tra un po’ arriverà, occorre reagire. Ed eccolo lì, bello pronto, un fallaccio da torneo sudamericano, senza però il contorno delle risse conseguenti. Tu hai detto, io ho risposto: questo è il calcio, signori e signori.

E poi ci sarebbero molte altre cose, ma due si impongono su tutte. In primis, la scelta della formazione titolare. Tacconi in porta. Linea a 4 di difesa con Torricelli, Ferrara, Montero, Birindelli: chissà se mai è stata realmente schierata così, sta di fatto che basta un’occhiata e scattano in sincrono e anche nei disimpegni non si butta mai via la palla. Poi Camoranesi e Nedved sugli esterni, ma in realtà a tutto campo, con Davids meno esplosivo del solito perché più attento all’equilibrio generale, con Bonini che non dovendo girare attorno al satellite ha modo di capire in fretta cosa si debba fare per accompagnare l’azione dei compagni. Quanto all’attacco, la coppia Trezeguet-Ravanelli è rivedibile. Anche perché le ragioni anagrafiche portano David a lavorare molto di più in ampiezza di quanto facesse nella sua vita precedente e Fabrizio non ha più il passo per sacrificarsi troppo. Già solo proporre una valutazione-gioco come questa rappresenta un godimento di juventinità, frullata e assemblata.

Infine, ma primo in ordine d’importanza. Proprio in questi giorni di immagini forti di uomini in marcia per cercare di sopravvivere alla guerra, è un pensiero piccolo ma forte e che andrà rafforzato vedere giocatori di due continenti diversi – Europa e Sudamerica – incontrarsi in nome di un altro continente ancora, l’Africa dove ci sono bambini che non sono tali perché costretti a fare i soldati. L’Unesco Cup è una bellissima manifestazione, c’è da sperare che diventi il seme di tanti e tanti progetti simili.

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