Due squadre più simili di quanto si creda

L’Inter di Roberto Mancini è ancora prima in classifica, apparentemente ancora solida, sempre poco estetica come solo quasi il calcio italiano può chiedere (o quasi, vedi gli esempi dell’Atletico di Simeone in Spagna o adesso il Leicester di Ranieri in Premier) e soprattutto credibile finché tiene dietro. E’ un effetto a catena quello che coinvolge la retroguardia, che nel principio messo in pratica dal tecnico (che si è fin qui affidato ciecamente a Melo, prendendosi bonus e malus della questione) da un centrocampo prevalentemente muscolare dove Kondogbia fa ancora il pesce fuor d’acqua pur essendo (al netto della cifra spesa) di gran lunga il giocatore migliore del reparto. Il futuro darà ragione all’ex Siviglia e Monaco, all’Inter o altrove, ma certamente Mancini può giocarsi qualche carta scudetto se riesce a mettere in carreggiata il francese. Perché magari la domanda non è quanto possano durare senza “colpi di testa” il cileno Medel e soprattutto il chiacchierassimo Felipe Melo, però certo tutto questo avrà a lungo andare un peso.

Mancini voleva chili e centimetri in estate. Più personalità e un abbattimento degli effimeri individualismi (vero Shaqiri?) al punto da mettere in discussione un bomber nato come Icardi perché pretende più di quanto sia disposto a dare. Un misto di bastone e carota, d’altronde Mancini resta un allenatore di compromesso all’interno dello spogliatoio, come dimostrato dal sorprendente turnover fin qui adottato nonostante l’assenza dalla partecipazione infrasettimanale alle Coppe Europee. Mancini ha ottenuto ciò che voleva. Ma restava indietro nei pronostici e nei sondaggi. E’ dura per critica e giornalisti ammettere che una squadra con una scarsa armonia di gioco (ma con una buona quadratura) possa competere per il titolo.

Ed è qui che la sorge la grande differenza con la primissima Roma di Rudi Garcia, uno che pensava di potercela fare e che pian piano non ha retto l’urto del senso di arrivare secondi. Si finisce come neve al sole. Una differenza che è appunto nel tremendismo offensivo di quella formazione giallorossa, che non è giusto riconoscere con il nome del solo imprendibile Gervinho. Arrivavano in porta con due passaggi o con tre scatti e un passaggio. لعبة كريكت Con al centro però un inventore come Totti. الكازينو في السعوديه Ecco, l’Inter un Totti non ce l’ha, Jovetic sta diventando un semifinalizzatore dunque seconda punta a fianco del classico numero nove. Vede 20 metri di campo e non 50. ربح المال من الالعاب E’ una differenza sostanziale.

Perché per il resto quella nerazzurra è una difesa sorprendente e totalmente nuova. I numeri sono ancora dalla sua: la coppia Miranda-Murillo unisce esperienza e incoscienza. E’ assortita. E’ al colmo dell’autostima, almeno fino a quando ha incrociato Candreva, uno bravo ma non un mostro. Non lontana dall’epopea del tandem Benatia-Castan, fin che è durato, fin che il centrocampo ha fatto filtro (anche se quello romanista era certamente più qualitativo e intelligente). Non potrà però da sola sopportare tutto, soprattutto se Napoli e Juve accendono i motori come sembrano poter fare. Potrebbe non bastare il mercato di riparazione. Anzi, potrebbe proprio essere indifferente. Oltre a Kondogbia c’è un Perisic da rianimare. Perché quello è un animale perfetto per la Serie A se capisce che non è vero che la Bundesliga è più divertente. Semplicemente, è più facile. Ecco, magari un innesto italiano non guasterebbe. La Roma con Nainggolan (che di fatto è calcisticamente italiano) era ulteriormente migliorata. Non bastò, ma tenne alto l’onore e servì per non fallire almeno la Champions League.

CONDIVIDI