1984: Trapattoni aspetta il prolungamento del contratto. In dote porta alla Juve il ventunesimo scudetto e la vittoria in Coppa delle Coppe. E le parole giuste.

Un incontro alla Domenica Sportiva. E un’intervista a La Stampa. Sono due dei canali che Giovanni Trapattoni utilizza al termine della trionfale stagione 1983-84, con il bis scudetto-Coppa delle Coppe. In entrambi i casi minimizza il “problema” del contratto da prolungare (“è marginale”) ed esprime un pensiero che, in fondo, andrebbe riproposto oggi, in casa Juve e ovunque un allenatore abbia appena vinto e ritenga che il suo ciclo non sia finito: “Rimango in bianconero per l’affetto che ho nei confronti della squadra e per i rapporti che  ho con il club” (all’epoca il termine “società” non era usuale, con club si intendeva la totalità della sue componenti).

Accantonata velocemente la sua questione personale, Trapattoni definisce anche un’altra serie di concetti estremamente interessanti. Intanto, no alle guerre ideologiche: nessuna polemica con Liedholm, mister della Roma, “il suo gioco a zona va benissimo ma non è un obbligo imitarlo” (la Juve continuerà a vincere, peraltro; il Barone svedese, invece, persa la finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, non riuscirà più a stare su alti livelli con il Milan e nelle successive esperienze). E poi, un pensiero che sta alla base della cultura realista di Trapattoni, che lo ha portato a infilare sei stagioni consecutive arricchendo la bacheca della Juve di trofei che oggi si vedono al J Museum: “E’ difficile ripetersi e continuare a vincere, certo. Perché gli avversari ti conoscono meglio e i giocatori che hai non è detto che mantengano sempre lo stesso livello di rendimento”. Partire da questi semplici concetti può essere la base per guardare al futuro con ottimismo. “Io non sono un mago né un messia e in questi anni ho imparato che non bastano i giocatori di classe ma ci vogliono anche i pedalatori. Tutte le squadre che vincono hanno questa simbiosi. La Juve di quest’anno ha avuto il merito di essere camaleontica e anche Platini lavora per il collettivo”. Conte ha giocato ed è cresciuto con il Trap. Ne imiterà prima o poi lo stile comunicativo?

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