Il Barcellona e gli schemi dal dischetto
Il Barcellona e gli schemi dal dischetto è stato modificato: 2016-03-07 di Paolo Rossi

L’incredibile paradosso blaugrana di Messi & Company

C’è una situazione opposta in questo particolare momento tra le due finaliste della Champions League 2014-15. La Juventus ha quasi buttato via un comodo accesso alla finale di Coppa Italia a San Siro, salvo poi stupire tutti per come ha ritrovato la consuetudine alla vittoria in quella che – erroneamente – viene definita la “lotteria dei rigori”. Tale non è, piuttosto va intesa come una serie di gesti tecnici per i quali la tranquillità, la freddezza e forse anche i pensieri maturati nei minuti precedenti contano e non poco. Se i 5 bianconeri presentatisi sul dischetto a Milano hanno tutti eseguito perfettamente il compito assegnato, un motivo – e anche più di uno – può essere rintracciato. Intanto, la consapevolezza che l’ultima mezzora, almeno dal punto di vista morale, aveva restituito fiducia a una squadra totalmente smarrita nei tempi regolamentari. Persino la doppia occasione di Morata nell’ultimo minuto ha dato la sensazione non di un’occasione buttata via, ma di un avvicinamento concreto a una risoluzione positiva della vicenda. Anche perché Mancini non aveva dato corpo alla sostituzione di Carrizo con Handanovic, specialista plurilaureato in materia, nonostante si fosse tenuto fino agli ultimi minuti la possibilità del terzo cambio, operato poi con Manaj al posto di Eder. Il resto lo ha fatto Barzagli, con quel primo tiro impeccabile, in grande sicurezza, pallone da una parte e portiere dall’altra, come poi sarebbero stati tutti gli altri quattro. Parzialmente è stata sanata così la ferita di Doha, quando la Juve si era buttata via la conquista della Supercoppa andando a oltranza ai rigori, con gli errori di Pereyra e Chiellini, da sommare a quelli di Tevez e Padoin (si noti: nessuno dei 4 era in campo mercoledì, magari ha inciso anche questo…)

Il Barcellona, invece, sembra avere un rapporto con gli 11 metri di assoluto spreco. Come se ritenesse volgare quella soluzione, che pure gli capita di dover svolgere non poche volte. La perfezione spesso raggiunta dalla MSN trova in questi casi una sorta di rovesciamento che se non è parodia poco ci manca. Errori a ripetizione, in tutti i modi, in tutte le circostanze. Probabilmente non ne avrà mai bisogno – e certamente non negli ottavi, visto lo 0-2 a proprio favore con cui è uscito dall’Emirates – ma è bene che la Champions League blaugrana non incroci mai l’epilogo ai rigori perché la brutta figura potrebbe essere di proporzioni mondiali, laddove finora è rimasta confinata all’ambito spagnolo. A eccezione della gara con la Roma nel girone, quando Neymar ha calciato in maniera inguardabile senza rincorsa, anche se sulla respinta si è avventato Adriano per firmare il quinto dei 6 gol che hanno seppellito la formazione ancora guidata da Rudi Garcia.

I numeri sono certamente clamorosi. Soprattutto tenendo conto di una squadra che come nessun’altra in Europa va in gol su calcio di punizione, con 7 centri in stagione, 6 dei quali firmati da Messi e uno da Neymar. Quando invece è il dischetto e non la zolla da fuori area, le sicurezze svaniscono d’incanto e una vlta su due si finisce per esaltare il portiere avversario. Prima di indagare sul mistero – purtroppo non c’è più il Pepe Carvalho di Manuel Vazquez Montalban, luì sì che avrebbe scritto pagine illuminanti – è bene ricordare che su 18 rigori 9 sono stati trasformati e la classifica vede Neymar in testa con 4 centri, seguito da Messi con 3 e Suarez con 2. Da notare, nessuno di questi ha avuto un peso sul risultato, una sua decisività. Ma questo non deve stupire, visto che d’abitudine i catalani non si limitano a vincere di stretta misura e ogni rete – pertanto – acquisisce un surplus di leggerezza che è invece insostenibile per le formazioni composte da comuni mortali.

E veniamo alla lista degli errori. Sommatela ai 33 pali già colpiti quest’anno e vi rendete conto del perché non si è molto distanti dal vero nel considerarli marziani. Ma su quel pianeta, evidentemente, il penalty è snobisticamente rifiutato come concetto.  Apre la serie Messi a Bilbao, lo calcia con troppa sicurezza o con quella superficialità che ogni tanto assomiglia a un gesto di riparazione involontaria. Il rigore infatti non c’era. Hai visto mai che la Pulce ha voluto riparare il torto incassato dal popolo basco? Il 10 si ripete con Levante al Camp Nou. Trattasi di sbaglio per ricopiatura. Lo tira come quello accordatogli e trasformato precedentemente, ma stavolta il pallone supera la traversa. Tocca a Neymar prendere l’eredità degli sbagli. Quello con il Las Palmas è inguardabile, rincorsa corta e palla alla stelle: non proprio un bel modo per inaugurare il nuovo look con annesso ingresso nel club dei rasati. Il brasiliano si ripete con la Roma – lo abbiamo già raccontato, poi con il Betis calcia sulla traversa ma il culo è culo in catalano, la palla incontra Westermann e finisce dentro, anche se la colpa del reo è francamente notevole, trattandosi di rinvio maldestro. Ancora un legno contro il Valencia, giusto per mettere uno sbrego nel 7-0 finale. Il testimone passa a Suarez. Lui li tira sempre forti, chiudendo con rabbia la conclusione. Ma sia col Gijon che, sul campo del Rayo Vallecano, il portiere dice no, nonostante l’uruguagio ci metta concentrazione feroce e voglia di gol per consolidare la sua posizione di capocannoniere.

Nella galleria degli errori, guardando puramente ai tabellibi, finisce per esserci anche quello calciato come una cooperativa piuttosto irridente che ha fatto il giro del mondo. Che fosse un omaggio a Cruijff o il rifiuto di Messi di segnare così “miseramente” il suo gol numero 300 in Liga, Lionel fa da sponda per gli accorrenti compagni, con Suarez che arriva a rimorchio precedendo Neymar. Scrissero che così presero in giro il Celta Vigo, che peraltro non se la prese. Vedendo come la storia è proseguita, forse è bene che il Barça si affidi agli schemi anche dal dischetto, è quanto di meglio sanno fare.

Paolo Rossi

About Paolo Rossi

Autore e conduttore di programmi su JTV, pensa che il calcio sia un dovere se ti chiami come un campione del mondo. Lavorandoci da anni, ritiene che sia soprattutto un gran piacere

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